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giovedì 11 agosto 2011

Stop Loss!

Quando un titolo azionario perde valore, di solito l'investitore professionista lo vende, anche se questo non è conveniente, per fermare le perdite. Questo meccanismo si chiama "stop loss". Evita che le proprie risorse economiche finiscano in un buco nero. Al contrario, chi è poco esperto tiene il titolo per sperare che si rialzi, ma è probabile che invece il suo valore scenda ancora.

Questo concetto vale anche con le persone. Ogni persona per noi è un investimento: in affetto, attenzione, energie. Che sia un investimento elevato o meno, varia da persona a persona. Per questo, se percepiamo che i nostri sforzi non sono commisurati al ritorno che abbiamo in termini di benessere psicologico, dobbiamo disinvestire. Inutile accanirsi, come spesso facciamo. Non siamo obbligati ad essere positivi con tutti. Non siamo obbligati a regalare le nostre energie.

Lo "stop loss" applicato alle relazioni con gli altri serve per proteggere il nostro patrimonio di energia affettiva. Va applicato con professionalità. Sii sincero con te stesso, e stai attento al livello di benessere che vivi nel rapporto con l'altro. Decidi un livello sotto il quale non sei disposto ad andare, come il trader decide un prezzo sotto il quale non è disposto a scendere. E quando quel livello è raggiunto... Stop Loss!

(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved


martedì 9 agosto 2011

Abbandonare il mezzo!

Quando si cade in moto, la reazione più comune è quella di tenere le mani salde sul manubrio. Questo è dovuto al rifiuto di accettare che le cose non stanno andando come volevamo, e ad un irrazionale tentativo di rimetterle a posto. E' sbagliato, perché non potendo più controllare la moto, tale azione è perfettamente inutile ed anzi dannosa.

In questo caso, c'è una sola azione consigliabile: abbandonare il mezzo!

Questo accade anche con la nostra mente. A volte qualcosa non funziona o è andato storto, e noi siamo lì a pensarci ed a ripensarci senza sosta. E' inutile, perché senza nuove informazioni i ragionamenti girano a vuoto. In psicologia hanno un nome ben preciso: si chiamano "pensieri fissi". E' come se tenessimo le mani sul manubrio mentre quelli vagano incontrollati. Anche in questo caso, abbiamo l'illusione di risolvere il problema, ma accade il contrario. Ed il risultato è certamente lo stress.

Anche in questo caso, dobbiamo abbandonare il mezzo. Che significa: mollare l'oggetto del pensiero fisso al suo destino. Semplicemente lasciare la presa, smettere di pensarci. Certo, abbandonare un pensiero fisso non è facile, esattamente come non è facile abbandonare un mezzo. Ma bisogna farlo, oppure ci schianteremo con esso. Ed una volta lasciato andare, ci accorgeremo che dopotutto  era più semplice di quanto credevamo.

Stai strisciando con pensieri fissi che abbassano la qualità della tua vita? Abbandona il mezzo!

(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved

domenica 20 febbraio 2011

Se hai paura di cadere, cadrai.

Vi presento il ponte di Campolungo, fotografato oggi di buon mattino. E' ormai in disuso, costruito parecchi anni fa per permettere ad uno skilift di superare un ripido dislivello.

Quando si veniva trainati sul ponte l'adrenalina saliva perché gli sci si impennavano, la fune del piattello tirava, i bordi scorrevano veloci. C'era un certo pericolo perché non esisteva via di fuga e, se cadevi, un guardiano doveva essere pronto a fermare tutto e venire a soccorrerti.

Io ci sono caduto, una volta. Non ci potevo credere, ma sono caduto. Statisticamente non era probabile cadere: prima di tutto perché chi ci andava era già abbastanza bravo, e poi perché passando sul ponte l'attenzione raddoppiava.

Ed allora perché sono caduto? Perché ero appunto attento a... non cadere. Quando abbiamo paura l'attenzione si concentra sull'oggetto della nostra paura. L'inconscio ci guida sempre verso ciò che occupa la nostra attenzione. Se non riusciamo a riconcentrarla in positivo, essa lavorerà proprio per spingerci verso ciò che non vogliamo, e cioè la cosa di cui abbiamo paura.

Le paure si avverano: se hai paura di cadere, cadrai. Ricordatelo, la prossima volta che devi affrontare una prova importante, una persona difficile, una riunione complessa.


(C) Diego Agostini/Commitment, 2011 - All Rights Reserved




Il ponte di Campolungo è visibile dalla seggiovia che da Campolungo porta alla cima Motta, in Valmalenco (SO).

domenica 19 settembre 2010

Sdrammatizza!

Guarda l'immagine qui vicino. Probabilmente hai già riconosciuto la grafica di quei poster che molti appendono ai muri dei propri uffici per renderli più gradevoli, visto che le foto sono sempre evocative, e per cercare di dare un po' di brio psicologico. Sono i cosiddetti "motivatori".

A me, personalmente, non sono mai piaciuti molto. Li trovo un po' retorici. Ho sempre pensato che se uno ha bisogno di appendere motivatori alle pareti, significa che non è capace di motivarsi e di motivare.

Non sono stato il solo a pensare una cosa del genere: anzi qualcuno è andato oltre. Guarda bene la scritta sotto la parola "motivation". "Se un bel poster ed una scritta carina sono tutto quel che ci vuole per motivarti, probabilmente hai un lavoro molto semplice. Lo potranno fare molto presto dei bei robot". Fantastico. E se vai al sito http://despair.com/viewall.html ne trovarai a decine.

Si tratta dei "demotivatori". Sono poster in tutto e per tutto uguali a quelli motivazionali, ma con frasi che ti lasciano di stucco. Qualche esempio: "Errori - forse lo scopo della tua vita è solo quello di essere monito per gli altri"; "Meetings - nessuno di noi è stupido come tutti noi messi insieme"; "Sfortuna - mentre la buona sorte spesso ti evita, questa invece non ti molla mai".

La despair Inc, che li produce, ha una teoria: i prodotti motivazionali alzano troppo le aspettative e creano ansia,  così questi riportano le aspettative al punto giusto, le riabbassano e paradossalmente fanno recuperare motivazione. Il principio non è sbagliato: siamo motivati quando la realtà è affrontabile e gli obiettivi sono raggiungibili. Se una realtà è idealizzata, la percepiamo come lontana e non ci motiviamo di certo. Per cui va riportata al livello giusto.

In ogni caso, ciò che mi sembra importante è che dobbiamo saper ridere di noi stessi, di quanto spesso siamo idealisti e retorici con i nostri concetti di gioco di squadra, successo, leadership. A volte, sdrammatizzare e sapersi prendere in giro rilascia molte più energie. Sentite questa: "Leader (con la bella immagine di un'aquila) - I leader sono come le aquile. Qui non se ne vedono". Non è fantastico? Buona demotivazione!


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sabato 29 maggio 2010

Surfare tra le emozioni

Tommaso, il partecipante del mio ultimo corso, durante la pausa pranzo della prima giornata si è macchiato con una goccia d'olio. Usando l'acqua  per tentare di risolvere il problema ha ottenuto un bell'alone del diametro di dieci centimetri. Possiamo capire il suo disappunto: doveva, quella sera, uscire con alcuni amici e non voleva tornare a casa a cambiarsi: 50 km per andare e tornare erano decisamente troppi. Decise allora di uscire lo stesso. Tutto sommato sarebbe andato in un locale non troppo illuminato e nonostante l'alone fosse in evidenza, costituiva un vantaggio rispetto alla macchia perché si sarebbe visto di meno.

"Una volta deciso di uscire", raccontò Tommaso il secondo giorno di corso, "non ho più pensato alla macchia ma mi sono concentrato sui miei amici. Della macchia mi sono ricordato solo una volta tornato a casa ed ho passato una bella serata."

Tommaso ha "surfato" da una realtà ad un'altra. La sua attenzione si è spostata da una realtà ad emozionalità negativa (la macchia) ad una realtà ad emozionalità positiva (gli amici).

La tecnica del Reality Transurfing sta nel riconoscere quando un pensiero sta producendo un'emozione negativa. Quel pensiero è come un'onda, che rischia di travolgerci. Ed infatti se rimaniamo fermi ne saremo sopraffatti, finiremo sott'acqua. La nostra abilità sta nello scivolare via, su un'altra onda. Scivolare su una realtà che produca un'emozione positiva.

Prova a surfare. Appena senti arrivare l'onda di un pensiero ad emozionalità negativa sposta la tua mente e le tue azioni verso un altro aspetto della realtà, che produca un'emozione positiva. Vedrai: se imparerai a non stare lì impalato davanti alle onde scoprirai che puoi, surfando, migliorare la tua vita senza l'inutile sforzo di modificare la realtà.


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mercoledì 5 maggio 2010

sei tu ad inseguire?

Sono andato a trovare un amico che non vedevo da tempo. Un grande professionista, il migliore che conosca nel suo campo. Purtroppo, a causa del comportamento poco etico di alcuni suoi partner, si trovava nella situazione di dover ricominciare tutto daccapo. Non era più proprietario del marchio che aveva rappresentato per anni e della base clienti che lui stesso aveva costruito.

Mi raccontava pertanto che ora doveva rifare tutto ciò che aveva già fatto vent'anni prima, all'inizio della sua carriera. Telefonare ai potenziali clienti, vedersi trattare con sufficienza, scrivere mail senza ottenere risposta... "Pensavo di non dover fare ancora tutto questo" mi disse.

Ma proprio mentre me lo diceva, notavo una luce nei suoi occhi. Un lampo di vitalità che da un po' di tempo non gli vedevo. Uno slancio che da tempo non aveva. Un'energia che da tempo gli mancava.

Tutti ambiscono a raggiungere una posizione in cui non debano chiedere ma concedere, non debbano corteggiare ma essere corteggiati, non debbano rincorrere ma essere raggiunti. Spesso la gente si siede comodamente su sedie che consentono di poter dire di "no", di ignorare, di assumere posizioni di superiorità. Sono le posizioni più pericolose, perché danno l'illusione di essere arrivati. Danno uno strano senso di onnipotenza che fa dimenticare il rispetto per gli altri.

E' nella posizione in cui bisogna inseguire, in cui bisogna fare fatica per ottenere le cose, che emergono le risorse migliori. E' in quelle posizioni che si tirano fuori l'aggressività positiva, la voglia di arrivare al risultato, la resistenza alle frustrazioni, il coraggio di osare, la capacità di riprendersi e continuare. E' in quelle posizioni che si diventa persone migliori, perché si capisce la fatica di chi chiede e non si nega mai un colloquio, una telefonata, una mail.

Sei tu ad inseguire? Non preoccuparti della fatica e delle frustrazioni. Sarai tu ad arrivare al traguardo, non chi non è nemmeno mai partito.

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sabato 24 aprile 2010

Quella è leadership

Quando ti trovi a scontrarti con qualcuno per convincerlo di qualcosa che va più a suo che a tuo vantaggio, quella è leadership.

Quando vorresti mandare tutti a quel paese ma poi ti rimbocchi le maniche, quella è leadership.

Quando non accetti lo standard richiesto o condiviso ma detti un tuo livello, quella è leadership.

Quando accetti di non apparire pur di far accadere un risultato in cui credi, quella è leadership.

Quando non ti chiedi "perché... loro..?" ma "come... io...?", quella è leadership.

Quando non ti chiedi perché devi fare qualcosa se gli altri non la fanno, ma la fai e basta, quella è leadership.

Quando lavori per il successo degli altri, e quello diventa il tuo successo, quella è leadership.

Quando non pretendi di essere per forza approvato, ma prosegui nella strada in cui credi, quella è leadership.

Quando l'energia che dai è maggiore di quella che ricevi, quella è leadership.

Quando, mentre fai tutto questo, ti viene da pensare "è pura coglioneria"... ricordati che quella è leadership.


Diego Agostini


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sabato 27 febbraio 2010

Come superare una crisi

Bruno è uno dei miei migliori amici, ed è un regista di teatro. Tempo fa si è trovato, durante la preparazione di uno spettacolo, in un momento di crisi. La riscrittura del testo era arrivata ad un punto morto, e le prove con gli attori non stavano funzionando bene. Bruno allora ha chiesto aiuto a Peter, il suo maestro. Peter non gli ha dato a soluzione del problema, ma un consiglio ancora più prezioso.

"Torna al punto di partenza", gli ha suggerito Peter. "Ripensa al momento in cui hai pensato di mettere in scena proprio questa rappresentazione. Pensa al motivo per cui l'hai scelta, a cosa ti ha ispirato. pensa al significato per la tua vita, e a quale messaggio pensavi di lanciare realizzandola". Bruno seguì il consiglio di Peter e grazie a questo trovò delle soluzioni brillanti, che garantirono il grande successo del suo spettacolo.

E' proprio questo il modo migliore per superare una crisi: tornare al punto di partenza. Quando ci impegniamo in un progetto, qualunque esso sia, siamo illuminati ed entusiasti. Dopo un po', però, subentra la stanchezza, il senso di abbandono, la perdite di senso di ciò che stiamo facendo. Questo momento si chiama crisi. Le scelte sembrano difficili, le idee poco chiare, gli sforzi inutili. E' in questo momento che dobbiamo tornare al punto di partenza, e chiederci cosa ci ha motivato nel momento in cui abbiamo fatto iniziare il tutto. E' proprio quello che ci farà trovare la soluzione.

Pensiamoci, tutte le volte che c'è una crisi in un progetto aziendale o personale, tutte le volte che viviamo seri problemi con l'azienda in cui lavoriamo o con il rapporto affettivo che stiamo vivendo. Tornare al punto di partenza ci chiarirà qual è la nostra visione e ci permetterà di capire qual è la scelta migliore.

Writing by Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved

sabato 6 febbraio 2010

Hai il coraggio di essere te stesso?


Fai una rapida revisione della settimana appena passata. Quante sono le persone che ti hanno mentito, che non hanno mantenuto le promesse, che hanno distorto l'evidenza, che si sono lamentate di te con altri e di altri con te? Probabilmente molte. Purtroppo il mondo è pieno di comportamenti di questo genere. Di solito chi si comporta in questo modo lo fa perché si crede ( o tenta di essere) più "furbo" degli altri.

Probabilmente questi comportamenti distorti ti hanno fatto provare rabbia o sofferenza. Ebbene, devi sapere che le prime vittime di questi comportamenti sono proprio le persone che li mettono in atto. Non si rendono conto che il danno provocato agli altri corrisponde ad un danno provocato a se stessi. L'errore in cui di solito si cade è credere che il rapporto con se stessi sia separato da quello con gli altri. Ma non è così.

La misura con cui si entra in rapporto con gli altri determina il limite della misura con cui entriamo in rapporto con noi stessi, e viceversa. Se non vogliamo bene agli altri, non vogliamo bene a noi stessi. Facci caso: le persone molto severe con gli altri sono, prima di tutto, severe con se stesse. Entrare in contatto con noi stessi è vitale per la nostra salute fisica e psicologica. Ma ecco che se non sappiamo entrare in contatto con gli altri, questo ci risulterà impossibile.

Osserva chi pensa di essere furbo, chi trova scorciatoie, chi falsifica le carte nella relazione. Ti accorgerai che a poco a poco diventa artefatto, artificiale in tutto ciò che fa. Perfino il suo viso diventa una maschera.

Noi non vogliamo diventare così, vero? Ma come fare per evitare questo? Semplice: essere se stessi. Ma per essere se stessi ci vuole coraggio. Il coraggio di dire "ho sbagliato", il coraggio di ammettere un problema, il coraggio di dire le cose che si pensano, con grande rispetto dell'altro. Il coraggio di dire la verità ed essere franchi. Di non cercare scorciatoie.

Tutto questo ha un nome: autenticità. E il coraggio è necessario, per essere autentici.


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venerdì 22 gennaio 2010

Come misuri lo sviluppo del tuo business?


Tempo fa lavoravo in una società di consulenza, che per un po' di tempo ha dato buoni risultati di business. Poi, ad un certo punto, è entrata in crisi. Le commesse sono diminuite, i clienti si sono ridotti. Come reazione, il socio fondatore ha cominciato a cercare con affanno qualsiasi progetto, anche di scarsa rilevanza professionale, che potesse compensare il business perso. Quando gli domandai perché lo facesse, lui stupito mi rispose: "perché una società deve sempre crescere di fatturato". Cominciai a capire che era giunta l'ora di andarmene e creare una mia azienda. Era evidente che l'unico parametro dello sviluppo, per lui, erano i soldi.

Già da quando ho iniziato a lavorare io ho sempre usato parametri molto diversi. Attenzione: non che ritenga poco importante il fattore economico. Semplicemente, non lo ritengo l'unico né, una volta assicurata la stabilità dell'impresa, il più importante.

Quando lavoravo in azienda, tempo fa, ho accettato un incarico che prevedeva un trasferimento e, pur con una retribuzione più alta, di fatto perdevo dei soldi. Ma quel lavoro, quell'azienda mi interessavano tantissimo. Ci vedevo delle straordinarie opportunità di crescita della mia professionalità. Questa è la cosa più importante - pensavo. I soldi devono venire dopo.

Ho sempre ragionato così, anche da quando ho fondato la mia struttura. Ed i fatti mi hanno dato ragione. E' paradossale: mettendo il risultato economico in secondo piano, questo cresce. Però bisogna mettere in primo piano le vere cose importanti. Ma quali sono?

Io valuto il mio business con questi tre parametri:

- positività della relazione con il cliente (quanto il tuo cliente è un "compagno di viaggio"?)
- piacere di fare le cose (quanto le tue persone ti dicono "è bello lavorare con te?")
- innovazione nei contenuti (quante cosa stai facendo che l'anno scorso non facevi?)

Se il parametro economico diventa prioritario a questi, la relazione con il cliente si stressa, i rapporti con i collaboratori diventano aggressivi, si tende a fare le sempre le stesse cose perché danno più cassa. E questo ha l'effetto di peggiorare il parametro economico. Se invece esso viene messo dopo i tre fattori chiave, magicamente aumenterà. Provare per credere.

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domenica 13 dicembre 2009

Prova ad incontrare i tre spiriti


Se non avete ancora visto "A Christmas Carol" al cinema dovete andare a vederlo: e non solo per gli effetti speciali, ma per il contenuto. Il Film è tratto dalla novella di Dickens, per cui è denso di significati. Un vecchio misantropo ed avaro ha l'opportunità di incontrare tre spiriti: quello del passato, quello del presente e quello del futuro. Che lo proiettano nei rispettivi tempi, mostrandogli se stesso e facendolo così riflettere sul senso della vita. I tre spiriti cambieranno il vecchietto.

Così, abbiamo anche noi una formula importante per il cambiamento. Incontrare i tre spiriti è semplice, basta riflettere su passato, presente e futuro. Ma è importante che lo si faccia bene. Guardiamo come agiscono i tre spiriti di Dickens.

Lo spirito del passato fa vedere di noi stessi le cose belle, le capacità, le sensibilità. Quelle che adesso sono perse ma che un tempo c'erano. E se c'erano un tempo si possono riattivare, perché non sono scomparse ma nascoste da qualche parte.

Lo spirito del presente fa vedere qual è l'effetto sugli altri del nostro comportamento, in modo che noi siamo consapevoli di ciò che provochiamo di negativo, anche se gli altri non ce lo dicono.

Lo spirito del futuro ci fa vedere la nostra morte, per ricordarci che inevitabilmente arriverà e che stiamo dedicando troppe energie alle cose sbagliate, invece che dedicarle alle persone giuste.

Prova anche tu ad incontrare gli spiriti. Chiediti:

- Quali qualità e sensibilità avevo da piccolo che oggi non ho e posso riacquisire?
- Qual è l'effetto sugli altri del mio attuale stile di vita e del mio comportamento?
- Se dovessi morire ora, cosa giudicherei inutile e cosa invece considererei veramente importante per la mia vita?

I tre spiriti di Dickens non sbagliano. Se riuscirai a dare le risposte giuste, potrai cambiare qualcosa di te stesso, anche senza vivere gli incubi del protagonista della storia... che forse non lo hai capito, ma sei proprio tu.

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lunedì 7 dicembre 2009

Il tuo disagio parla di te


Siamo seduti in una posizione scomoda. siamo appena usciti di casa e ci ricordiamo di avere dimenticato le chiavi, per cui dobbiamo tornare indietro. C'e' un cane che abbaia e non riusciamo a dormire. Un capo rigido. Un collega che parla troppo di se stesso. Un politico alla televisione che ci provoca irritazione. Quante volte proviamo situazioni di disagio? Centinaia. Ma cosa facciamo quando le proviamo? Nella maggior parte, se non nella totalita' dei casi, ce la prendiamo con quella che riteniamo la fonte del disagio. E cioe' il disordine di casa, il capo, il cane, il collega...
Per la prossima volta che proverai un disagio, ti propongo una strada diversa. Non cercare di prendertela con quella che ritieni la causa. Stai sul disagio. Trattienilo un attimo. Concentrati su cio' che provi. Decodificane le emozioni, anche se negative. Riconoscine le sensazioni fisiologiche. Trattienile per un po'.
Guarda il tuo disagio e ascoltalo: esso parla di te. Ti dice qualcosa che vale la pena che tu sappia. Ti potrebbe dire molte cose diverse: per esempio che tendi troppo ed inutilmente alla perfezione, o che hai paura che ti passino davanti, o che ti perdi in piccole cose. O che stai dando troppa importanza a qualcosa che ne merita di meno. Osservando il disagio invece di scaricarlo all'esterno, conoscerai meglio te stesso. Ma non solo. Vedrai, se riuscirai a stare sul disagio, accadra' qualcosa di paradossale: il disagio scomparira'.

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lunedì 17 agosto 2009

Fantasticare è una cosa seria

Tempo d'estate, ci si rilassa e questo di solito accende la fantasia, le emozioni, i sogni.

Chissà quante volte ti sei trovato a dire frasi come: "come sarebbe bello se..."; "se avessi.. farei...". Chissà quante volte ti sei trovato a fantasticare. Solo che forse non sai una cosa: fantasticare è una cosa seria.

La prossima volta prova ad esprimere le tue fantasticherie, qualunque esse siano, eliminando i "se", i condizionali, i periodi ipotetici. Esprimile come se fosse certo che si realizzeranno. Esempio: non "se avessi.. farei.." ma "quando avrò... farò". Descrivi con certezza ciò che fari e come ti sentirai quando entrerai in possesso di ciò su cui stai fantasticando. Esprimi il tuo entusiasmo. Ragiona come se ciò che desideri si fosse già realizzato.

Arriveranno alla tua mente messaggi più consistenti, dotati di un piano di realtà molto più elevato. E la tua mente si predisporrà per lavorare in modo attivo per far accadere ciò che fino a quel momento stava solo nella fantasia.

Ma attenzione: ciò che hai fantasticato può veramente realizzarsi! Diamoci appuntamento fra un anno su questo blog, per raccontarci se si sono avverate le cose che abbiamo fantasticato oggi. Io ci sarò con le mie fantasticherie, promesso!!!!!!

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martedì 28 luglio 2009

L'arte di porsi ostacoli

Sono andato a Roma per motivi di lavoro. A Fiumicino potevo prendere un taxi ed arrivare in albergo senza problemi... troppo facile. Mi sono guardato in giro per vedere era possibile prendere il treno per la città. Dopo un po' di giri (girare dietro, salire, rigirare, ecc.) sono arrivato alla stazione interna. Svettava un bel cartello: biglietti per treno diretto a Termini. Troppo facile. Vediamo se c'è i meglio. Ecco lì: treno che fa fermata intermedia a Laurentina, dove c'è il metrò. Costa pure la metà e parte prima. A Laurentina però il metrò non è vicino e bisogna fare un pezzo a piedi. Da lì sono cinque fermate. Scendo in una piazza animata e non mi oriento. Un carabiniere mi presta una mappa e in cinque minuti sono in albergo.

Perché fare tutto questo, se con facilità potevo prendere un taxi? Ero pure spesato dall'azienda cliente! Risposta: perché sarebbe stato troppo facile. e invece mi sono posto degli ostacoli, per vedere se e come sarei riuscito a superarli.

Bisogna allenarsi a superare gli ostacoli. Io lo faccio spesso. Allenarsi a superare ostacoli piccoli ci abitua ad avere la resistenza necessaria e la giusta mentalità a superare quelli più grandi. Ci aiuta a sviluppare una particolare forma di tenacia, chiamata "resilienza". Si, cercare difficoltà quando si potrebbe seguire la via semplice ci impedisce di rilassarci, di sederci. L'errore più grosso che possiamo fare è cercare di renderci la vita facile nelle cose poco complesse (ammesso che girare con i mezzi pubblici lo siano!) per preservare le energie per quelle difficili. Sbagliato. Se ci abituiamo a cercare la strada più comoda, nelle difficoltà tenderemo ad abbandonare il campo.

Rifuggi dal "troppo facile", ogni tanto. Sfidati a superare degli ostacoli. Sarai pronto ad affrontare e risolvere le rogne più grosse.

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domenica 28 giugno 2009

Come riempi il bicchiere?

Come riempi il bicchiere? Come accendi il computer? Come apri la finestra? Come sposti un oggetto? Potrei andare avanti fino all'infinito, per cui la domanda è: come fai le cose? E' una domanda importante, perché nel nostro tempo noi "facciamo" qualcosa per ottenere un risultato. quindi l'attenzione è sul risultato, non tanto su quello che facciamo per ottenerlo. 

Se devo riempire un bicchiere mi concentro sul bicchiere pieno, non sul gesto che sto compiendo per riempirlo. Siamo valutati per i risultati, ricompensati per i risultati. Così la nostra vita si trasforma in una frenetica ricerca del risultato. Capiamoci: va benissimo puntare al risultato, ci mancherebbe altro. Io sono uno specialista di come bisogna raggiungere i risultati.

Ma riflettiamo su una cosa. Quando siamo proiettati sul risultato, trascuriamo il  mezzo che ci permette di ottenerlo. E quando il mezzo sono i nostri gesti, ecco che trascuriamo i nostri gesti. Ma trascurare i nostri gesti significa considerare noi stessi uno strumento, una macchina. qualcosa di secondario. Un oggetto. Se l'importante è il bicchiere pieno, l'atto di prenderlo, portarlo al rubinetto e riempirlo diventa uno strumento. La nostra mano, la nostra azione perdono dignità di vita. 

Più siamo proiettati sul fine, più diventiamo stressati. Ecco dunque qual è il rimedio per lo stress: concentrarsi sul mezzo. Sì, non sul fine, ma sull'azione in sé. So che questo è contrario con la nostra mentalità efficientista, ma è così. Pur non dimenticando il fine, prova a considerare più importante il mezzo, quando il mezzo sei tu. Vale a dire: se devi riempire il bicchiere concentrati sui tuoi movimenti. Curali. Rendili belli. Amali. In altre parole: dai loro quell'importanza che il nostro modo di vivere gli ha rubato.

Se riuscirai a fare questo, vedrai che risultati. Aumenterà la tua calma, si abbasserà lo stress. Ritroverai energie e motivazioni. Ritroverai il senso di fare le cose. Acquisterai carisma. Ti ricomparirà il sorriso e finalmente capirai quanto è inutile affannarsi per ottenere i risultati.

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domenica 21 giugno 2009

Vuoi accendere? Devi prima spegnere

Come si fa ad accendere il pensiero fresco? Semplice: basta spegnere il televisore.

Il ragionamento è semplice. Lavoriamo tutto il giorno, poi torniamo a casa. E cosa facciamo? Accendiamo il televisore. E siamo i benvenuti nel programma di distruzione del pensiero. Non mi sto riferendo soltanto alla povertà dei programmi della nostra televisione. Mi è bastato stare qualche giorno a Londra per constatare, dando un'occhiata ai programmi televisivi di sera in Hotel, come siamo caduti in basso nel nostro paese.  Mi sto riferendo qui alla tv in generale. Spesso accesa e funzionante in una specie di sottofondo continuo.

La tv accesa di sera blocca la produzione di pensiero fresco, perché fornisce pensiero di plastica, confezionato da qualcun altro. Pensiero distorto, spesso artefatto. Anche nei telegiornali. Pensiero preparato da persone che si arrogano il diritto di dirci come dobbiamo vivere. Alle quali serve la nostra partecipazione, anche apatica, altrimenti non saprebbero cos'altro fare. Alle quali non importa nulla quanto le loro idiozie possano peggiorare la nostra vita.

Spegnere tutto ciò significa migliorarla, la nostra vita. Con la tv spenta in famiglia si ricomincia a parlare, a guardarsi in faccia. Si ricomincia a vivere.

Prova a lasciare spenta la tv. Vedrai come immediatamente si accende il pensiero. E se sentirai uno strano disagio, attenzione: quella è la crisi di astinenza da pensiero di plastica. Se accade, significa che la tua mente è drogata dalla robaccia che le reti trasmettono, di cui puoi tranquillamente fare a meno. Provaci.

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domenica 14 giugno 2009

Sai comprendere il percorso diverso?

Ho comprato un libretto dal titolo: "il metodo antistronzi". Poiché il titolo è accattivante, in molti me lo hanno segnalato ed ero curioso di leggerlo. Non mi è piaciuto per niente. Non ho mai approvato le etichette alle persone, per nessuna ragione al mondo. Ho sempre pensato che non esistono gli stronzi, al massimo può esistere un comportamento che "percepiamo" come stronzo, ma mai la persona lo è nel suo essere.

Chi definiamo "stronzo" è una persona che ha scelto un percorso diverso dal nostro. Segue un processo diverso. Forse vede anche la vita in modo diverso. A noi appare tale perché il suo comportamento crea problemi al nostro modo di essere. Ma la soluzione è semplice.

Anzitutto vediamolo come una persona che sta interpretando la vita in modo diverso, e quindi cerchiamo di capire qual è questo modo. Poi, cerchiamo di capire se il processo che sta seguendo è compatibile con il nostro. Se lo è in qualche modo e la cosa ci interessa, possiamo fare uno sforzo per rendere paralleli i due percorsi o, in qualche modo, modo di collegarli. Se non è compatibile, non c'è dubbio: lasciamolo andare per la sua strada e continuiamo a seguire la nostra.

Non considerare "stronzo" qualcuno prima di avere capito quale percorso sta seguendo. Se farai questo sforzo comincerai a vedere intorno a te persone deboli o per lo meno senza intenzioni negative nei tuoi confronti, in altre parole semplicemente diverse. Troverai una soluzione migliore rispetto a quelle del libretto, e così vivrai meglio anche tu.

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martedì 28 aprile 2009

Scegli gli "Upper"

Mi sono trovato a riflettere sulle persone con le quali, in modalità diverse, mi sono trovato a contatto durante tutti questi anni di vita professionale. In estrema sintesi ognuna può ricadere in due categorie: gli "upper" e i "downer".

Gli "upper" sono coloro che ti sostengono, ti danno una mano, ci sono nel momento del bisogno. Tifano per te.

I "downer" sono tutti gli altri. Si, tutti gli altri, soprattutto quelli che ti mettono i bastoni tra le ruote. Ma non solo. Possono essere "downer" anche coloro che non fanno niente di particolarmente scorretto nei tuoi confronti. Spesso, anzi quasi sempre, i "downer" non fanno proprio niente. Semplicemente, non tifano per te. In situazioni normali non te ne accorgi nemmeno. Sono gentili, magari anche simpatici. Essi sanno perfino mascherarsi da "upper", dichiarandoti amicizia. E magari lì per lì sono anche sinceri.

Ma poi ci sono dei "momenti della verità" in cui si capisce in quale delle due categorie cadono le persone.  I "downer" non si fanno trovare oppure fanno i preziosi, o peggio ti umiliano con la scusa che stanno facendoti un piacere a farti notare ciò che non va bene in te. Gli "upper" gioiscono per i tuoi successi e quando anche solo ipotizzano che tu abbia bisogno ti sostengono. Ti ricordano le tue qualità e ti fanno sentire importante. Ti danno la forza per affrontare le criticità. 

Lascia i "downer" al loro destino e circondati dagli "upper". Se riesci, fai qualcosa in più: ringrazia i tuoi "upper" di essere tali. E magari diventa tu stesso un "upper".

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domenica 12 aprile 2009

Sapresti rinunciare al terzo desiderio?

Ogni sera prima di dormire il mio bambino Andrea (5 anni) mi chiede di raccontargli una storia. Così mi metto lì e praticamente ogni volta la invento sul momento, mischiando cose vere con cose di fantasia. Ieri ne ho tirata fuori una che ha fatto riflettere anche me.

Un bambino di nome Brugi si sveglia di notte per fare la pipì e decide di andare da solo in bagno. Qui trova un ambiente caldo grazie alla stufetta elettrica che il suo papà ha comprato al Brico Center durante la giornata. Ma vede sulla stufetta un piccolo pulsante che i grandi non avevano notato durante il giorno. Lo preme e ne escono prima raggi di luce colorati, poi uno strano personaggio. "Chi sei sei?" chiede Brugi. "Sono il maghetto del termoconvettore" risponde il personaggio. "Puoi esprimere tre desideri e io li farò diventare veri". Brugi è tutto emozionato. Come primo desiderio chiede un'astronave come quella dei "Little Einsteins" (personaggi tv). Questa compare sul balcone di casa e Brugi con il maghetto ci saltano sopra, partendo a razzo. I due viaggiano rapidamente attraverso le città europee, poi Brugi vuole andare più lontano. L'astronave si dirige allora verso l'Africa, e Brugi rimane colpito nel vedere tutti quei bellissimi alberi e quei bellissimi animali. Ma ad un certo punto Brugi si rabbuia, perché vede molta gente povera e molti bimbi che muoiono di fame. Allora, come secondo desiderio, chiede al maghetto acqua e cibo per tutti. Immediatamente dalla terra arida escono fontane e meravigliosi alberi da frutto. I bambini sono felici e Brugi anche. Ma si accorge che nel frattempo l'astronave è scomparsa. "E' ovvio", interviene il maghetto, aggiungendo un'informazione che prima non aveva dato. "Quando esprimi un nuovo desiderio, quello precedente si annulla". Brugi è nei guai, perché come terzo desiderio vorrebbe tornare a casa, ma se lo formulasse i bimbi perderebbero acqua e cibo. Dopo un po' di indecisione, decide di non esprimerlo. Però pensa con tristezza "non vedrò più i miei genitori..." Dopo un po' vede arrivare dei camion di una spedizione che nota subito il bimbo disperato. "Noi stiamo tornando nella tua città, ti portiamo noi in aereo!" Brugi è felice, ed in compagnia del maghetto riesce a tornare a casa prima dell'alba. A casa sua tutti stanno ancora dormendo e nessuno si è accorto che nel frattempo lui era volato via. Brugi si dirige verso il suo lettino, ed il maghetto verso la stufetta elettrica. Ma prima di salutare Brugi, il maghetto dice: "ricordati che hai ancora un terzo desiderio da esprimere". Brugi ci pensa un po' su e risponde: "grazie maghetto, sei veramente gentile ma penso che il terzo desiderio... non lo esprimerò mai." I due si salutano e Brugi torna a dormire sorridente, pensando ai bambini che continueranno ad avere l'acqua e i frutti.

Ad Andrea la storia è piaciuta molto, mi ha detto che Brugi ha fatto molto bene a non esprimere il terzo desiderio e che lui avrebbe fatto la stessa cosa al suo posto.

E noi? Siamo capaci di non realizzare qualcosa che piacerebbe a noi quando questa non permetterebbe ad altri di avere qualcosa di importante? Sappiamo rinunciare al terzo desiderio?

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domenica 5 aprile 2009

E se l'avessi voluto tu?

Questa  volta ti voglio suggerire un gioco da fare tutte le volte che non sei contento di qualcosa e ti viene voglia di lamentarti di una situazione, di una persona, di un periodo della tua vita. E' il gioco del "e se l'avessi voluto io?".

Il gioco è semplice. Ti lasci sfogare contro ciò che non va bene. Poi subito dopo ti chiedi: "e se tutto ciò l'avessi voluto io?". E cerchi di trovare una risposta. 

Nella maggior parte delle situazioni difficili, noi tendiamo a subire gli eventi. Quando subiamo gli eventi tutto sembra negativo. Con questo gioco invece sperimentiamo una sensazione insolita: ipotizziamo che un evento, anche negativo, possa dipendere dalla nostra volontà. Noi non facciamo nulla senza uno scopo, ed ecco la magìa: come pensiamo di avere voluto noi qualcosa e non di subirla, subito ne andiamo ad individuare i lati positivi, le potenzialità, le opportunità. 

Mi trovavo davanti ad un gruppo di manager incattiviti dalla crisi economica. Ho pensato allora di giocare a "se l'avessi voluto io?". Ho detto loro: facciamo un gioco. Immaginiamo che la crisi ce la siamo cercata noi. Quale potrebbe essere il motivo? Dopo un attimo di smarrimento, sono arrivate risposte del tipo: "per cambiare il nostro modo di lavorare"; "per guardare ai valori più veri"; "per sprecare meno risorse"... e così via. 

Prova a giocare. Prova a pensare che qualsiasi situazione te la sia cercata apposta. Prova a pensare che le persone con cui lavori e con cui vivi te le sia scelte tu. Prova ad immaginare che qualsiasi errore, svista, rogna siano in realtà frutto di una tua decisione. Vedrai come cambieranno il tuo stato d'animo ed il tuo comportamento. Trasformerai una situazione persa in opportunità.


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