In una delle mie prime esperienze lavorative avevo un capo arrogante, aggressivo, cinico. Notai che dopo un po' di tempo uno dei miei colleghi, quello che gli era più vicino, era diventato esattamente come lui.
Quando qualcuno si comporta male nei nostri confronti possiamo reagire in due possibili modi: fare con gli altri esattamente come ha fatto con noi o fare il contrario.
La prima modalità, quella del mio collega, in psicoanalisi si chiama "identificazione con l'aggressore". E' una reazione comprensibile, umana. Il principio è quello per cui il comportamento degli altri ci insegna qualcosa trasmettendola. E l'imitazione di quel comportamento è la via più semplice.
Ma non è la via del leader.
Il leader sceglie di reagire seguendo la strada della grandezza. Fa tesoro delle proprie esperienze. Ci lavora sopra, ci ragiona. Non sceglie la strada più semplice. Non scarica sugli altri le sue frustrazioni. Non fa pagare agli altri ciò che ha subito lui. Non sceglie la strada della mediocrità mettendosi dalla parte dell'aggressore, si mette dalla parte della vittima.
Quando subisce un torto, il leader impara come "non" fare con gli altri e costruisce il suo modo di agire "per" gli altri. E' questo il suo, personale, contributo al mondo.
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved
Vuoi cominciare anche tu a Pensare Fresco? Il mio blog ti spiega in che cosa consiste la Fresh Thinking Philosophy. E' un laboratorio per la messa a punto di pensieri vitaminici. E' una palestra per allenare la nostra mente a rinnovarsi e la nostra vita a migliorare.
domenica 17 aprile 2011
venerdì 8 aprile 2011
Fatti dare del pazzo
Tempo fa, quando non avevo ancora una mia società di consulenza, ero stato chiamato da un cliente per un progetto. Tornato in ufficio, presentai al mio capo le idee che avevo avuto. Ero elettrizzato, perché si trattava di fare qualcosa di completamente diverso dal solito. Ma il mio capo mi smontò, dicendomi: "Se presenti una cosa del genere, ti rideranno dietro": E mi propose una scelta più tradizionale.
Ricordo che mi trascinai fino a casa, depresso. Cosa dovevo fare? Seguire il consiglio del mio capo era la cosa più semplice: se il progetto fosse stato accettato l'avevo fatto io, se fosse stato rifiutato potevo dare la colpa a lui. Ma la cosa non mi convinceva. Mi chiesi cosa io volessi veramente. E io veramente volevo procedere con la mia idea. Ma, nel caso in cui fosse stata rifiutata, mi sembrava già di sentire la voce del capo: "te l'avevo detto".
Stavo quasi rinunciando quando realizzai che se non avessi avuto il coraggio di andare avanti in quel momento, non ce l'avrei mai più avuto. Avrei educato me stesso a non rischiare, a scegliere la via più comoda, a rinunciare di realizzare ciò che veramente volevo.
Così andai avanti, con il disappunto del mio capo. Il progetto fu un grande successo, oltre tutte le aspettative.
Non c'è innovazione senza una rottura di schemi, e se rompi gli schemi ti danno del pazzo. Si, potrebbe andare male, ma almeno ci hai provato. Ma se va bene, gli scenari che si aprono sono enormi. Da quell'episodio si innescò un processo che mi portò a costruire una mia azienda.
Fatti dare del pazzo: hai solo da guadagnarci.
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved
sabato 5 marzo 2011
Perché non ti vuoi azzurra e lucente?
La fregatura delle canzoni di Lucio Battisti è che sono così belle che ti sfuggono tra le mani. Il mix parole e musica è così potente da risultare emotivamente ingestibile. Eppure, se ci facciamo attenzione, i messaggi sono a volte potentissimi. Prendiamo ad esempio "La collina dei ciliegi":
nei primi trenta secondi c'è tutta la psicologia dell'efficacia personale.
Primo: Stimati
E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi.
Decidi di stimarti. Capisci il paradosso: se aspetti che qualcuno ti dica bravo, la tua stima dipende da qualcun altro. se tu ti dici bravo, la tua stima dipende da te. Appunto: autostima.
nei primi trenta secondi c'è tutta la psicologia dell'efficacia personale.
Primo: Stimati
E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi.
Decidi di stimarti. Capisci il paradosso: se aspetti che qualcuno ti dica bravo, la tua stima dipende da qualcun altro. se tu ti dici bravo, la tua stima dipende da te. Appunto: autostima.
Secondo: Agisci
Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, e quasi sempre dietro la collina è il sole.
Non raccontartela. Non stare ad aspettare chissà cosa mascherando a te stesso la paura di agire.
Terzo: Tutto dipende da te
Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente?
Troviamo sempre il modo di attribuire a qualcun altro ciò che non va bene e ciò che non ci piace. In realtà tutto dipende da noi.
La vita è una scelta continua, ciò che siamo equivale a ciò che scegliamo di essere. Ciò che scegliamo di essere è sottoposto ogni giorno ad una prova di coraggio da parte nostra: scegli di essere come ti vogliono gli altri o come ti vuoi tu? A te la scelta.
http://www.youtube.com/watch?v=n-9RIxpyyKA
http://www.youtube.com/watch?v=n-9RIxpyyKA
(C) Diego Agostini/Commitment, 2011 - All Rights Reserved
mercoledì 2 marzo 2011
La strana storia del cavalier Messina
Questa storia straordinaria l'ho vissuta proprio agli inizi della mia carriera: spesso mi trovo a ripensarci, ed ogni volta che ci penso mi insegna qualcosa.Ero appena stato assunto in una grande azienda ed avevo fatto amicizia con Michele, che già lavorava da un paio d'anni. Michele era molto brillante e si occupava di marketing. Aveva avanzato la richiesta di avere un'assistente, l'avevano approvata, e si aspettava una/un giovane laureata/o.
Ed invece chi gli proposero... un impiegato vicino alla pensione, ai ferri corti con l'azienda. Si chiamava Messina. Era stato licenziato, aveva fatto ricorso, l'aveva vinto e si era fatto reintegrare in organico. Immaginate la sua motivazione a lavorare con un quasi neolaureato. Ed immaginate la motivazione di Michele nel trovarsi in ufficio un tipo del genere.
Messina e Michele rimasero, all'inizio, tre giorni senza parlarsi. Poi Michele chiuse la porta, prese una sedia e si sedette davanti a lui. "Non mi muovo di qua finché non ci parliamo", disse. Passarono due ore in silenzio, uno di fronte all'altro. Poi Messina si aprì. Passarono una giornata a parlare.
"Diego", mi disse Michele, "con quest'uomo non ha mai parlato nessuno. E' un poveretto, fa fatica a tirare a fine mese. Ha un figlio disabile. Anni fa è mancata sua moglie. Mai nessuno l'ha considerato, mai nessuno l'ha valorizzato, mai nessuno ha creduto in lui. Mai nessuno l'ha ascoltato. Ad un certo punto per una ragione che non conosco è diventato un nemico per l'azienda e tutti hanno cominciato ad evitarlo. Ma io voglio credere in lui."
Nessuno ci avrebbe scommesso. Ma Michele lo ascoltò, lo rispettò ma al contempo pretese la collaborazione che Messina doveva dargli. Nel giro di poco tempo Messina rinacque. Diventò il braccio destro di Michele. Si sarebbe fatto ammazzare per lui. Michele era il suo leader. Lui, sessantenne, avrebbe fatto di tutto per il suo capo poco più che ventenne.
Per un solo motivo: qusti l'aveva ascoltato e rispettato.
Michele cominciò a chiamarlo "cavaliere" prima per scherzo, poi si accorese che a lui piaceva essere chiamato così. Si riferiva a lui come "il cavalier Messina" anche davanti agli altri. A poco a poco tutti in azienda cominciarono a chiamarlo cavaliere. Per tutti, interni o esterni, era diventato il "cavalier Messina". Lui e Michele erano diventati veramente una forza della natura.
Rifletto spesso su questa vicenda, quando cerchiamo di imbarcarci in complessi discorsi sulla leadership.
E se la leadership fosse solo ascolto e rispetto per gli altri?
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Right Reserved
Nella foto: proprio l'azienda dove lavoravamo
domenica 27 febbraio 2011
Entra in dissonanza!
Quelle che seguono sono le mie note pubblicate sul libretto di sala de "Il suggeritore", nuovo spettacolo attualmente in scena al teatro dei Filodrammatici, scritto e diretto da Bruno Fornasari. Commitment, la mia società, sponsorizza il teatro e scrivendomi vi posso fare avere il pass per entrare a prezzo super-speciale (diego@diegoagostini.it).
Dissonanze
Cosa accade nella vita di un uomo che non è più soddisfatto del proprio lavoro? La maggior parte delle volte, nulla. Occorre grande coraggio per poter leggere, nella routine della propria vita, gli elementi critici che necessitano di un cambiamento. E occorre grande coraggio per agire, con determinazione, tale cambiamento fino in fondo. In alternativa resta soltanto una irrisolta e dolorosa sospensione.
Il meccanismo è semplice e l’ha ben spiegato Leon Festinger, psicologo statunitense scomparso pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino, con la sua teoria della dissonanza cognitiva.
La nostra mente ricerca equilibrio e coerenza. Ma quando rileva qualcosa di non coerente lo corregge, inventandosi una spiegazione che la fa stare tranquilla. E va oltre: ricerca qualsiasi elemento a conferma della spiegazione che si è data. Così, se so che fumare fa male e non riesco a smettere, penso che dopotutto conosco medici che fumano, e noto tutti coloro che, pur fumando, godono di ottima salute. Così riduco la dissonanza. Così metto in sospensione la mia mente.
Ma allora, cos’è la realtà, se non il risultato di un’operazione mentale? Ciò che mi appare vero, altro non è che il risultato di una mia percezione che non si limita a “prendere atto” di una oggettività, ma ne costruisce una sua. Il più delle volte, a mia insaputa. Ecco perché “la realtà non esiste”. Sono io che, senza volerlo, mi creo una mia realtà. Quella che mi fa più comodo.
Tom, lo spin doctor del nostro spettacolo, lo sa bene, è un professionista dell’aiutarci a costruire la realtà che fa più comodo a lui, illudendoci che faccia comodo a noi. Le sue armi? Sostanzialmente tre. La prima è il celare parte della realtà, non facendoci vedere il vero. La seconda è il cambiare la realtà, sostenendo il falso. Ma sono due armi incomplete, perché possono essere smascherate. E’ la terza quella tanto micidiale quanto paradossale: il mostrarci il vero.
Semplice: se mostrare il vero riduce una mia dissonanza nella direzione desiderata dallo spin doctor, il gioco è fatto.
Purtroppo il miglior modo per manipolarci è farlo con l’aiuto di noi stessi. Cosa che già facciamo da soli, come nel caso in cui, non soddisfatti del nostro lavoro, troviamo gli argomenti da raccontarci per stare tranquilli.
Ma allora, come uscirne?
Forse proprio qui sta l’importanza del teatro: allo spettacolo compete il porre le domande, a noi il cercare le risposte.
domenica 20 febbraio 2011
Se hai paura di cadere, cadrai.
Vi presento il ponte di Campolungo, fotografato oggi di buon mattino. E' ormai in disuso, costruito parecchi anni fa per permettere ad uno skilift di superare un ripido dislivello.
Quando si veniva trainati sul ponte l'adrenalina saliva perché gli sci si impennavano, la fune del piattello tirava, i bordi scorrevano veloci. C'era un certo pericolo perché non esisteva via di fuga e, se cadevi, un guardiano doveva essere pronto a fermare tutto e venire a soccorrerti.
Io ci sono caduto, una volta. Non ci potevo credere, ma sono caduto. Statisticamente non era probabile cadere: prima di tutto perché chi ci andava era già abbastanza bravo, e poi perché passando sul ponte l'attenzione raddoppiava.
Ed allora perché sono caduto? Perché ero appunto attento a... non cadere. Quando abbiamo paura l'attenzione si concentra sull'oggetto della nostra paura. L'inconscio ci guida sempre verso ciò che occupa la nostra attenzione. Se non riusciamo a riconcentrarla in positivo, essa lavorerà proprio per spingerci verso ciò che non vogliamo, e cioè la cosa di cui abbiamo paura.
Le paure si avverano: se hai paura di cadere, cadrai. Ricordatelo, la prossima volta che devi affrontare una prova importante, una persona difficile, una riunione complessa.
(C) Diego Agostini/Commitment, 2011 - All Rights Reserved
Il ponte di Campolungo è visibile dalla seggiovia che da Campolungo porta alla cima Motta, in Valmalenco (SO).
Quando si veniva trainati sul ponte l'adrenalina saliva perché gli sci si impennavano, la fune del piattello tirava, i bordi scorrevano veloci. C'era un certo pericolo perché non esisteva via di fuga e, se cadevi, un guardiano doveva essere pronto a fermare tutto e venire a soccorrerti.
Io ci sono caduto, una volta. Non ci potevo credere, ma sono caduto. Statisticamente non era probabile cadere: prima di tutto perché chi ci andava era già abbastanza bravo, e poi perché passando sul ponte l'attenzione raddoppiava.
Ed allora perché sono caduto? Perché ero appunto attento a... non cadere. Quando abbiamo paura l'attenzione si concentra sull'oggetto della nostra paura. L'inconscio ci guida sempre verso ciò che occupa la nostra attenzione. Se non riusciamo a riconcentrarla in positivo, essa lavorerà proprio per spingerci verso ciò che non vogliamo, e cioè la cosa di cui abbiamo paura.
Le paure si avverano: se hai paura di cadere, cadrai. Ricordatelo, la prossima volta che devi affrontare una prova importante, una persona difficile, una riunione complessa.
(C) Diego Agostini/Commitment, 2011 - All Rights Reserved
Il ponte di Campolungo è visibile dalla seggiovia che da Campolungo porta alla cima Motta, in Valmalenco (SO).
sabato 12 febbraio 2011
Il resto è leggenda
Quando qualcuno ci racconta una storia di successo, ad un certo punto arriva ad un punto critico, dove succede qualcosa dopo la quale le cose non sono più come prima, perché il successo esplode. Si tratta dell'ultima cosa fatta da "colui che tenta" prima di entrare nel mondo di "colui che riesce". Di solito la gente tende a vedere solo la seconda parte, e dare per scontato che i successi arrivino grazie ad una sorta di predestinazione o di talento naturale. Ma non è così. C'è tutta una parte di tentativi, di sofferenze, di prove, di insuccessi che nessuno vede. A me, personalmente, ha sempre entusiasmato di più questa prima parte. Perché è la parte che tutti sperimentiamo ogni giorno. E' la parte delle speranze, dei sogni, dei progetti. Qualsiasi sia il motivo che trasforma i progetti in realtà, è la che sta il bello. Tutti coloro che hanno raggiunto dei risultati, guardando indietro hanno nostalgia di quel momento di passaggio. Ma qual è il fattore che può far fare il salto? Ho una sola risposta: il coraggio. I Beatles erano stati forzati ad arrangiare una canzoncina scritta da un autore professionista, era quella che doveva diventare la prima loro hit. I loro pezzi erano stati scartati. Ma in sala di incisione sono arrivati con "Please please me", che il produttore considerava deprimente, completamente rifatta. Hanno insistito con coraggio. Li hanno fatti provare e l'hanno incisa. Si dice che dopo qualche tentativo, George Martin abbia premuto il pulsante dell'interfono ed abbia detto "ragazzi, avete appena inciso la vostra numero uno". Ed il resto è leggenda.Non so quali siano i tuoi sogni, ma sicuramente dipendono da una scelta coraggiosa. Spero che tu riesca a farla: il resto, per la tua vita, sarà leggenda.
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved
nella Foto: qual magico momento negli studi di Abbey Road... che invidia Elisa, ci passi davanti tutti i giorni... a proposito: anche tu sei leggenda.
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