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sabato 12 febbraio 2011

Il resto è leggenda

Quando qualcuno ci racconta una storia di successo, ad un certo punto arriva ad un punto critico, dove succede qualcosa dopo la quale le cose non sono più come prima, perché il successo esplode. Si tratta dell'ultima cosa fatta da "colui che tenta" prima di entrare nel mondo di "colui che riesce". Di solito la gente tende a vedere solo la seconda parte, e dare per scontato che i successi arrivino grazie ad una sorta di predestinazione o di talento naturale. Ma non è così. C'è tutta una parte di tentativi, di sofferenze, di prove, di insuccessi che nessuno vede. A me, personalmente, ha sempre entusiasmato di più questa prima parte. Perché è la parte che tutti sperimentiamo ogni giorno. E' la parte delle speranze, dei sogni, dei progetti. Qualsiasi sia il motivo che trasforma i progetti in realtà, è la che sta il bello. Tutti coloro che hanno raggiunto dei risultati, guardando indietro hanno nostalgia di quel momento di passaggio. Ma qual è il fattore che può far fare il salto? Ho una sola risposta: il coraggio. I Beatles erano stati forzati ad arrangiare una canzoncina scritta da un autore professionista, era quella che doveva diventare la prima loro hit. I loro pezzi erano stati scartati. Ma in sala di incisione sono arrivati con "Please please me", che il produttore considerava deprimente, completamente rifatta. Hanno insistito con coraggio. Li hanno fatti provare e l'hanno incisa. Si dice che dopo qualche tentativo, George Martin abbia premuto il pulsante dell'interfono ed abbia detto "ragazzi, avete appena inciso la vostra numero uno". Ed il resto è leggenda.
Non so quali siano i tuoi sogni, ma sicuramente dipendono da una scelta coraggiosa. Spero che tu riesca a farla: il resto, per la tua vita, sarà leggenda.

(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved




nella Foto: qual magico momento negli studi di Abbey Road... che invidia Elisa, ci passi davanti tutti i giorni... a proposito: anche tu sei leggenda.

martedì 30 marzo 2010

Forse sei già morto e non lo sai


"Sai, adesso non posso, ..."; "Sono costretto a...."; "Vedi, mi obbligano a..."; "Non ho scelta, devo per forza..."; "Non ho alternativa, devo accettare..."

Quante volte hai sentito frasi come queste? O peggio, quante volte le hai pronunciate tu stesso?

Tutte le volte che mi sento dare spiegazioni del genere, io rispondo "Forse sei già morto e non lo sai". Nella maggior parte dei casi la gente si blocca, quasi sotto choc. Si, lo so, è un po' forte. Ma poi alla fine, quando ne spiego il motivo, i miei interlocutori mi ringraziano.

Quando qualcuno si sente costretto, obbligato, forzato ad accettare una situazione personale o lavorativa che non gli piace, non si accorge di fare un grave errore. Dimentica che, rispetto a quella situazione c'è sempre un'alternativa, bella o brutta che sia, da poter prendere in considerazione. Dimentica che se c'è un'alternativa, egli è all'interno di una scelta. Dimentica che se si trova all'interno di una scelta, di fatto la situazione che sta vivendo è frutto di una sua decisione. Magari spiacevole, ma pur sempre una sua decisione. Che può essere cambiata.

Quando dimentichiamo di poter scegliere, stiamo di fatto rinunciando ad esercitare il libero arbitrio. Il libero arbitrio è l'unico elemento dell'essere umano su cui nessuno, neanche Dio, può intervenire. La scelta non è mai esercitabile dagli oggetti inanimati. La scelta non è più esercitabile una volta morti. Dunque rinunciare alla scelta significa rinunciare alla vita. Significa essere già morti.

Ti senti così imbrigliato in una situazione da essere costretto ad accettarla? Prova a ragionare e vedrai che esistono alternative. Vedrai che puoi scegliere. Altrimenti, mi spiace dover essere io a dovertelo dire, sei già morto.

Writing by Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved

sabato 13 febbraio 2010

Cosa rende qualcuno "speciale"?

Qualche giorno fa ho partecipato alla festa della mia nipotina Letizia, che compiva otto anni. Erano naturalmente presenti le sue amichette, della stessa età, che con lei hanno mangiato la torta e scartato i regali. Quando Letizia ha proposto di andare a giocare in uno spazio più grande, tutte hanno seguito l'invito della festeggiata correndo e saltando dietro a lei.

Una sola bambina si è trattenuta vicino ai regali, scartati ed appoggiati a terra. Ad uno ad uno li ha presi, ordinati, inseriti nello zainetto di Letizia e messi al sicuro su una sedia, vicino ad una colonna. Poi anch'ella si è aggregata alle amiche.

Questa bambina ama far funzionare le cose. Ha percepito una potenziale situazione di perdita di valore ed è intervenuta, senza che nessuno glielo chiedesse, per assicurare un risultato positivo. Voleva che la festa di Letizia funzionasse.

Sto svolgendo un importante progetto di "self empowerment" per un'azienda, e nella scelta dei partecipanti abbiamo preferito non privilegiare la bravura nella prestazione. Quando i manager mi hanno chiesto quale criterio dovessero allora utilizzare per individuare le persone giuste, se non i risultati eccellenti, io ho risposto: "mandatemi persone che amano far funzionare le cose". Sono le persone che quando c'è un problema o una necessità non indicano chi la dovrebbe fare, al fanno e basta. Se un collega non sa fare qualcosa, non ha un'informazione o non è motivato, non dicono "compito del capo". Intervengono e lo aiutano. Sono coloro che puntano non solo al proprio risultato ma a quello degli altri. Agiscono sul processo, fanno in modo che non si inceppi e che possa svolgersi al meglio.

E tu? Sei uno di quelli che fronte a qualcosa che non va si giustificano dicendo che la responsabilità è di qualcun altro, o ti chiedi cosa puoi fare per far funzionare le cose? E' proprio questo che ti può rendere speciale.

Writing by Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved