domenica 5 aprile 2009

E se l'avessi voluto tu?

Questa  volta ti voglio suggerire un gioco da fare tutte le volte che non sei contento di qualcosa e ti viene voglia di lamentarti di una situazione, di una persona, di un periodo della tua vita. E' il gioco del "e se l'avessi voluto io?".

Il gioco è semplice. Ti lasci sfogare contro ciò che non va bene. Poi subito dopo ti chiedi: "e se tutto ciò l'avessi voluto io?". E cerchi di trovare una risposta. 

Nella maggior parte delle situazioni difficili, noi tendiamo a subire gli eventi. Quando subiamo gli eventi tutto sembra negativo. Con questo gioco invece sperimentiamo una sensazione insolita: ipotizziamo che un evento, anche negativo, possa dipendere dalla nostra volontà. Noi non facciamo nulla senza uno scopo, ed ecco la magìa: come pensiamo di avere voluto noi qualcosa e non di subirla, subito ne andiamo ad individuare i lati positivi, le potenzialità, le opportunità. 

Mi trovavo davanti ad un gruppo di manager incattiviti dalla crisi economica. Ho pensato allora di giocare a "se l'avessi voluto io?". Ho detto loro: facciamo un gioco. Immaginiamo che la crisi ce la siamo cercata noi. Quale potrebbe essere il motivo? Dopo un attimo di smarrimento, sono arrivate risposte del tipo: "per cambiare il nostro modo di lavorare"; "per guardare ai valori più veri"; "per sprecare meno risorse"... e così via. 

Prova a giocare. Prova a pensare che qualsiasi situazione te la sia cercata apposta. Prova a pensare che le persone con cui lavori e con cui vivi te le sia scelte tu. Prova ad immaginare che qualsiasi errore, svista, rogna siano in realtà frutto di una tua decisione. Vedrai come cambieranno il tuo stato d'animo ed il tuo comportamento. Trasformerai una situazione persa in opportunità.


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domenica 15 marzo 2009

Sai tornare all'inizio dell'anno?

La maggior parte delle persone inizia l'anno facendo un sacco di buoni propositi. Probabilmente anche tu ti sei ripromesso di cambiare alcune cose della tua vita. Poi... che succede? Basta qualche settimana e tutto ritorna come prima.

Siamo in marzo. Sono già passati quasi tre mesi. Come stai andando con gli impegni che avevi preso con te stesso? Te li ricordi, almeno? 

Nella maggior parte dei casi lo slancio di inizio anno si perde. Perché? Per due motivi. Prima di tutto, formuliamo male gli obiettivi. O li esprimiamo in termini vaghi ("voglio migliorare", "voglio che sia l'anno giusto") o ce ne diamo troppi ("devo cambiare il mio modo di fare, aumentare le mie entrate, diventare più competente nel mio lavoro, migliorare il mio fisico... ". 

Il secondo motivo è che non li scriviamo. Scrivere i propri obiettivi ci spinge a chiarirci le idee e a fare un atto con noi stessi. CIò che è scritto parla al nostro "io" profondo ed ha più probabilità di avverarsi, perché le parole su carta hanno un significato di realtà immensamente più alto rispetto a quelle solo pensate.

Avanti, dunque. Sei ancora in tempo, anzi questo è il  momento giusto perché privo dei facili e spesso effimeri entusiasmi di inizio anno. Prendi un quadernetto e riscrivi gli obiettivi (o, meglio, un solo importante obiettivo) che ti sei dato all'inizio dell'anno. Oppure scrivine di nuovi per la prima volta, se non te ne eri posti. E porta il quadernetto con te per verificarne lo stato di avanzamento e segnare le azioni correttive... solo così potrai vedere i tuoi proprositi realizzarsi.






sabato 31 gennaio 2009

Una doccia calda all'anno!

Oggi ho ricevuto questo SMS da Valeria, la mia sorellina (per un fratello è sempre tale) che  in Germania insegna in una scuola: "Buon compleanno fratellone! Visto che qui quando un bambino compie gli anni gli fanno la "Warme Dusche" doccia calda, ognuno dice qualcosa che gli piace di lui, lo faccio con te: mi piace la grinta che metti nel tuo lavoro e ammiro l'impresa grande che sei riuscito a creare! Un bacione."

Bello no? Io sono sempre stato un convinto assertore della doccia gelata (metaforico!), vedi anche il post "acqua fredda sulle idee" di qualche mese fa. Vale a dire: cerca di metterti sempre in discussione, individua le cose che devono essere migliorate, non riposarti sugli allori.

Ma questa storia della doccia calda il giorno del compleanno mi piace da matti. Un giorno, almeno un giorno, fermiamoci a vedere ciò che ci piace di noi, scopriamo cosa piace di noi agli altri, apprezziamo quello che abbiamo saputo fare. Almeno un giorno facciamoci solo i complimenti e guardiamo tutto quello che abbiamo di positivo.

Poi, dal giorno dopo, si ripartirà con le docce fredde... ma la doccia calda ci rimarrà dentro come una carica di energia. Se scopro il giorno del vostro compleanno siete avvertiti: d'ora in poi da me insieme agli auguri vi arriverà anche la warme dusche.


(C) Diego Agostini/Commitment 2009 - All Rights Reserved

giovedì 1 gennaio 2009

La sappiamo prendere?



Guardate questo video... C'è Filippo, il mio bimbo piccolo, che cerca di prendere una bottiglietta d'acqua. Fa degli sforzi incredibili... Per un po' tutto va per il verso giusto: il piccolo si avvicina spingendosi sulle gambine e allunga il braccio. Ma poi quando la bottiglia è lì, a portata di mano, gli dà un altro colpo spingendola più avanti, vanificando così tutto il lavoro fatto.

Perché Filippo non riesce a prendere la bottiglietta? Perché ciò che ha funzionato per avvicinarla non funziona per prenderla, ed è proprio quello che la fa allontanare.

E ora veniamo alla domanda: la sappiamo prendere? E' ovvio che si... se pensiamo alla bottiglietta. Ma se invece di "bottiglietta" ci mettiamo la parola "felicità" le cose cambiano. Riflettete: ci comportiamo esattamente come Filippo. Facciamo sforzi incredibili per raggiungere la felicità... ma questa ci sfugge all'ultimo momento.

Perfché? Per lo stesso motivo per cui Filippo non riesce a prendere la bottiglietta. La strategia che ci porta vicino alla flicità non è la stessa che ci permette di afferrarla. Durante le vacanze di Natale ho visto un sacco di gente tesa. Gente che ha lavorato duramente e con efficienza per arrivare alle meritate vacanze (avvicinamento con il braccio) ma poi ha continuato con la stessa strategia durante la vacanza (allontanamento della bottiglia). Per esempio, ho incontrato un tizio che cronometrava gli impianti di risalita delle piste da sci per fare più discese, con la stessa efficienza del lavoro: non è il colpo di braccio di Filippo? La sua felicità si sposta più in là.

Dobbiamo imparare a cambiare strategia, e capire che ciò che allontana la felicità è proprio il tentativo che facciamo per avvicinarla. Cosa deve fare Filippo? Fermare il braccio ed aprire la mano: esattamente il contrario di ciò che tenta di fare! anche noi dobbiamo fare così. Afferreremo la felicità solo se faremo il contrario di ciò che ci ha permesso di avvicinarla. altrimenti la sposteremo più avanti.

Filippo impiegherà qualche settimana per afferrare la bottiglietta corretamente. E noi saremo altrettanto bravi? Diamoci un anno di tempo per fare i nostri tentativi. Auguri per un felice 2009.


Writing by Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved


domenica 21 dicembre 2008

Auguri.. ma per cosa?

Quest'anno come al solito ho spedito un biglietto di Auguri a tutti i clienti della mia società Commitment.

Il biglietto riproduce questa favolosa foto fatta da Michele Comi sulle Alpi della Valmalenco.

Ma cosa augurare quest'anno? Con le incertezze che caratterizzano questo particolare momento storico, abbiamo scelto un messaggio coraggioso. Sulla foto è stampata una frase di Reinhard Karl, alpinista e scrittore: "Ho portato il mio sul punto più alto e lo lascio lassù, l'Io che voglio essere. Scendo con l'Io che sono". Dietro il biglietto un mio messaggio: "A chi è disposto ad imparare a scendere per poter rislire più in alto è dedicata questa frase. Auguri per un anno di scoperta dei valori veri".

Penso sia la prima volta che qualcuno ha il coraggio di dire ai manager delle aziende che bisogna saper scendere. E' questo l'unico vero insegnamento che ci può arrivare dai tempi di crisi: essere capaci di ritrovare noi stessi e di ripensare alla nostra missione. Essere capaci cdi guardarci con obiettività e di capire chi siamo. Essere capaci di rinnovarci e progettare una scalata che ci porterà più in altro ancora.

E' proprio l'illusione di poter andare sempre su, senza scendere, cha ha portato l'economia e la finanza alla situazione che conosciamo. Ma la vera crescita non è questa. La vera crescita personale, economica, sociale prevede momenti di blocco, di riflessione, di crisi. E' da questi momenti che si riprende l'energia per rilanciare se stessi. Solo a partire da questi momenti si può cambiare veramente. E questo, le persone, lo sanno molto bene. Ecco perché poche ore dopo aver spedito i biglietti mi sono arrivate un sacco di telefonate. Alcuni mi hanno detto che hanno avuto un senso di liberazione (mi hanno parlato anche di commozione), quando lo hanno ricevuto.

Così faccio gli stessi auguri a voi lettori del blog. Che il 2009 vi faccia scoprire e sperimentare i vostri valori veri.


Writing by Diego Agostini/Commitment, All Rights Reserved 

Se qualcuno desiderasse ricevere a casa il biglietto, può mandarmi il suo nome, cognome e indirizzo scrivendo una mail a: diego@diegoagostini.it.

sabato 13 dicembre 2008

Come misurare un errore

Il post dello scudo ha sollevato un giusto quesito: ma perché la colpa deve essere di chi alza lo scudo? Cercherò, per rispondere, di partire da un esempio.

Tempo fa avevo bisogno di un biglietto da visita per un incontro di lavoro. Lo studio grafico su cui solitamente ci appoggiamo ci segnala uno stampatore in grado di lavorare rapidamente. Componiamo il testo, lo inviamo e in un paio di giorni arrivano i biglietti: stampa e consegna di 100 biglietti ci costano 150 euro (costo per lo stampatore: 20 euro ad esagerare). E' un po' tanto, ma per questo servizio siamo disposti a spenderli. Solo che... accidenti, sui biglietti c'è un piccolo errore di stampa. Telefoniamo allo stampatore per segnalare l'errore e questo, un po'seccato, ci dice che non è suo compito leggere ciò che deve stampare, e che l'errore l'abbiamo prodotto noi. Io utilizzo un solo biglietto da visita per l'incontro urgente e poi butto via tutti gli altri.

Commentando l'accaduto con lo studio grafico che ci ha segnalato lo stampatore, mi sento dire: "certo, ha fatto bene, ha ragione: la colpa non era sua ma vostra. Lui non è tenuto a controllare ciò che gli danno da stampare".

Ecco, è esattamente qui dove io non sono d'accordo. Ecco qual è il più comune il parametro utilizzato per misurare l'errore: l'"avere ragione". 

Allora io chiedo al grafico: "ma non si pone il problema, questo stampatore, che il lavoro che ha fatto per il suo cliente (nuovo) non sia utilizzabile? Non si pone il problema che il suo cliente abbia speso 150 euro per un solo biglietto da visita? Non si pone il problema di quanto il cliente sia soddisfatto, indipendentemente da "chi ha ragione"? Non poteva lo stampatore dire "utilizza per ora un solo biglietto, poi ti rifaccio il lavoro con calma e ti spedisco i biglietti nuovi"?

Mi sento rispondere: "No, perché sarebbe stato come ammettere che avevi ragione tu"

Eccoci di nuovo allo stesso punto. Io ragiono in modo completamente diverso. Non me ne importa un bel niente di chi ha ragione. Se dovessi agire con i miei clienti come lo stampatore ha fatto con me tutte le volte che ho ragione io, li avrei già persi tutti. 

Ma allora qual è il parametro dell'errore?

La risposta è semplice: l'effetto prodotto sull'altro. E' questo che io mi chiedo, costantemente. Quando sono con gli altri (qualsiasi altra persona e non solo un cliente, per il quale tuttavia questo discorso vale ancora di più) osservo le sue reazioni al mio comportamento. E mi chiedo: è questa la reazione che volevo? Se la risposta è "no", ho commesso un errore. Anche se ho ragione io. Anzi, non mi chiedo neanche  se ho ragione io. Non mi interessa. Quello che mi interessa è l'effetto che ho prodotto. Se l'effetto è compatibile con le mie attese, ho ragione. Altrimenenti ho torto. Posso fare un lavoro bene, ma se il cliente non è soddisfatto è inutile che gli spieghi che il lavoro l'ho fatto bene. Lui non è soddisfatto. Non mi chiedo se ho ragione, mi chiedo se mi va bene che lui non sia soddisfatto. E la risposta è "no, non mi va bene". Per cui agisco per renderlo soddisfatto. Non mi intressa se poi lui considera questo un mio riconoscimento del torto. Posso sempre, con calma, dargli tutte le spegazioni sull'accaduto.

Insomma, si può evere ragione oggettivamente e sbagliare comunque. Avere ragione è una magra consolazione quando abbiamo sbagliato nell'ottenimento delle reazione che desideravamo nell'altro. Si, perché ne pagheremo le conseguenze.

Un po' di tempo dopo commissiono un nuovo lavoro allo studio grafico e questo ci propone quello stampatore. La mia reazione? "Quello lì no, grazie. Non lavoreremo mai più con lui". Ecco cosa succede a volere avere ragione.

Se useremo l'effetto emotivo prodotto sull'altro come parametro del nostro errore, non ci chiederemo più chi ha ragione e smetteremo di alzare lo scudo. 



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sabato 6 dicembre 2008

La forza di non usare uno scudo

Negli ultimi tempi mi è capitato più di una volta di lavorare con professionisti... come cliente, partner, committente. Nella totalità dei casi si trattava anche di bravi professionisti. Tuttavia più di una volta li ho visti commettere errori. Slittamento di tempi, informazioni non date, cadute di stile, risultati non rispondenti alle aspettative, errori di comunicazione e relazione... Tutti gli errori che si possono commettere lavorando.

La cosa che mi ha ha meravigliato è la reazione ad ognuno di questi errori. La reazione tipica che mi è capitato di sperimentare è quella di difesa, che descriverò chiamandola "il processo dello scudo". Avviene in cinque passaggi progressivi: 

- primo: negazione. Il problema viene negato, e per questo i fatti vengono distorti per darne un quadro positivo. (“è andato tutto bene”)

- secondo: giustificazione. Se si fanno notare i fatti oggettivi, l’altro trova motivazioni per dimostrarne la correttezza. (“in quel momento andava bene così”)

- terzo: distacco. Se si fanno presenti le conseguenze negative di un'azione, l'interlocutore si dichiara "sereno" facendo intendere che può vivere benissimo anche senza di noi ("sono tranquillo con la coscienza")

- quarto: aggressione. A fronte della nostra insistenza su ciò di cui non siamo contenti, l’altro ci ributta addosso la colpa (“piuttosto è a causa tua che..”)

- quinto: ribaltamento. Forma evoluta di aggressione: l’altro ribalta i ruoli mostrando il suo turbamento e istillando in noi il senso di colpa (“ci rimango male, perché tu…”)

 Queste sono le cinque fasi in cui lo scudo si alza fino a coprire del tutto la persona che lo utilizza.

 Il Fresh Thinking rifiuta tutto questo. Si può vincere con più forza senza scudo. Come?sostituendo la tecnica dello scudo con quella dell'esposizione. Pronunciando le uniche parole che non compaiono qui sopra: “E' vero, ho sbagliato”.

 La dinamica dello scudo si alimenta da sola. La difesa chiama un altro attacco, e questo richiede una difesa più elevata. L'esposizione “E' vero, ho sbagliato” invece rende inutile l’attacco e avvia verso la risoluzione del problema. E’ con questa posizione che si afferma la propria forza, non con lo scudo. E’che non ha bisogno di difendersi, ad essere veramente forte. Per essere forte, riuncia allo scudo e comincia ad esporti.


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