La spirale della procrastinazione funziona così:
l'abbassamento umore determina procrastinazione;
la procrastinazione determina abbassamento dell'autostima; l'abbassamento autostima determina di nuovo abbassamento di umore, e così via.
In sostanza, più l'umore è basso più si tende a rimandare, e più si tende a rimandare più si abbassa l'umore.
E' necessario invertire questa tendenza. Ecco alcuni consigli:
Consiglio 1: qualora si fosse stanchi, riposarsi.
Consiglio 2: se il problema non è la stanchezza, potrebbe essere un eccessivo perfezionismo. Accettare un livello di qualità inferiore da se stessi.
Consiglio 3: se il problema non è la stanchezza o il perfezionismo, potrebbe essere lo scoraggiamento per mancanza di risultati. Trovare un compito alternativo che faccia esprimere le proprie competenze e dia soddisfazione.
Consiglio 4: se il problema non è stanchezza, perfezionismo, mancanza di risultati, potrebbe essere che percepiamo il compito troppo difficile o lungo. Spezzettarlo in compiti più abbordabili.
Qualsiasi sia il consiglio giusto per te, l'importante è bloccare la spirale. La spirale sia alimenta attraverso il "non fare", per cui per invertirla bisogna invece fare" qualcosa. Una volta invertito il senso della spirale della procrastinazione, ecco cosa succede:
l'azione determina risultato; il risultato determina un umore più alto; l'umore più alto determina autostima più alta; l'autostima più alta determina di nuovo azione, e così via.
Se noti, in questa seconda spirale c'è un passaggio in più, quello che interessa l'azione. Ecco perché la spirale positiva richiede più energia...
(C) Diego Agostini/Commitment 2010 - All Rights Reserved
Vuoi cominciare anche tu a Pensare Fresco? Il mio blog ti spiega in che cosa consiste la Fresh Thinking Philosophy. E' un laboratorio per la messa a punto di pensieri vitaminici. E' una palestra per allenare la nostra mente a rinnovarsi e la nostra vita a migliorare.
mercoledì 8 dicembre 2010
domenica 14 novembre 2010
Dentro o fuori!
Tendiamo a disapprovare chi non sa decidere. Ma non prendere decisioni è un falso problema, perché è impossibile non decidere. Anche la non decisione è in effetti una decisione. Se uno dovrebbe fare una cosa e ritarda nel farla, sta scegliendo di ritardare nel farla. Anche se non ne è consapevole. Se uno non ama una situazione e non la cambia, sta decidendo di tenerla.
Il problema, dunque, non è il non prendere una decisione: c'è piuttosto un problema più grave di cui siamo affetti. E' la non convinzione della decisione presa. Vale a dire: quando siamo in una situazione e non ci piace, in tutto o in parte, se aspettiamo che cambi qualcosa senza fare nulla, la stiamo di fatto accettando. Ma non ne siamo convinti. E così trasformiamo la nostra vita in una sorta di limbo senza senso, dove le cose vengono portate avanti senza convinzione.
Quando non siamo convinti perdiamo energia, ed i risultati tendono al negativo. Ci raccontiamo che stiamo aspettando di prendere la decisione giusta, ma non è così.
Ecco perché, qualsiasi sia la situazione in cui siamo, dobbiamo essere consapevoli che quella è una decisione, e se è una decisione dobbiamo esserne convinti. Dobbiamo essere dentro. Che significa agire come se fosse la migliore scelta che potessimo fare. Altrimenti, se non ne siamo convinti, fuori. Si cambia. Ma purché si agisca convinti.
Perciò, se non sei convinto di una situazione o cambiala o convinciti. Ma non stare lì a raccontarti che devi deciderti, hai già deciso.
(C) Diego Agostini/Commitment, 2010 - All Rights Reserved
sabato 6 novembre 2010
Sei un capo? occhio a come comunichi...
La comunicazione non è uguale per tutti. Il suo impatto è fortemente potenziato dal ruolo che possiede chi comunica.
La regola fondamentale è che maggiore è il potere legato al ruolo, maggiore deve essere l'"understatement" di chi comunica. E' un principio messo a punto da Robert Dilenschneider, guru mondiale del crisis management. In sostanza dice che più hai potere, più devi stare zitto. Una cosa detta da chi ha potere ha un impatto drammaticamente più forte dalla stessa cosa detta da chi non ne ha.
Per questo, se il presidente del consiglio telefona in questura per chiedere informazioni su una persona fermata, non può dire di non aver fatto pressione. Secondo la regola di Dilenschneider, la telefonata stessa è pressione. Il solo fatto di alzare il telefono e fare il proprio nome significa fare pressione.
E poiché qualsiasi comportamento è comunicazione, tutto il comportamento di chi ha potere ha un impatto forte in termini di esempio, perché gli altri regoleranno il loro comportamento in funzione di quello. In marina, ai giovani allievi ufficiali viene detto: "se tu ti siedi, gli altri si sdraiano". Meditate, capi, meditate.
(C) Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved
lunedì 1 novembre 2010
La peggior difesa è l'attacco
Quante volte hai sperimentato l'attacco di qualcuno, sul lavoro o nella vita privata?
Le persone di solito attaccano quando si trovano in una posizione di debolezza. Infatti, se fossero in una posizione di forza non avrebbero bisogno di attaccare per ottenere ciò che vogliono. Attaccando pensano di ottenere di più. Ma sbagliano.
Lo dice anche Karl Von Clausewitz, il maggior stratega militare di tutti i tempi. E' chi si difende che parte da una posizione di vantaggio. Non chi attacca. Le regole di Calusewitz sono state utilizzate nel gioco del Risiko, dove infatti ha la meglio chi si difende.
Pensaci, quando qualcuno ce l'ha con te. Parti dal presupposto che sei in una condizione favorevole, e stai attento piuttosto a non complicare, con la tua reazione, la situazione.
Ma pensaci anche se ti viene voglia di attaccare qualcuno. Rifletti sul fatto che, poiché si deve difendere, parte da una posizione di vantaggio. E, magari, lascia perdere.
(C) Diego Agostini/Commitment, 2010 - All Rights Reserved
domenica 26 settembre 2010
Domande sulla leadership
L'altra sera ho sentito al telefono il mio amico Alessio per motivi di lavoro. Ma prima di affrontare i temi per cui ci stavamo chiamando, ci siamo messi a parlare di leadership. Sostenevo la tesi che la leadership è, prima di tutto, capacità di non scendere a compromessi con se stessi e di esprimere la propria volontà ed i propri desideri.
Poi Alessio mi ha scritto una lunga mail, in cui apre una serie di domande. La trovo bellissima, come tutto ciò che non dà risposte ma fa riflettere. Per questo ne riporto qui di seguito il pezzo più importante.
Poi Alessio mi ha scritto una lunga mail, in cui apre una serie di domande. La trovo bellissima, come tutto ciò che non dà risposte ma fa riflettere. Per questo ne riporto qui di seguito il pezzo più importante.
È un leader chi sa dire di no, o chi accetta di dire di si? È un leader chi manda a quel paese il “sistema” o chi riesce a farne parte? È un leader chi non scende a compromessi (con se stesso, con gli altri), o chi trova il modo di vivere accettandoli? È un leader chi subisce le proprie intemperanze o chi le controlla? È un leader chi riesce a dialogare con tutti, o chi costruisce barriere?
Se qualcuno non riesce a parlarmi direttamente, e vedo che si tiene tutto dentro, e avverto che c’è una barriera e penso che non sono uno che sa costruire ponti, ma solo muri, so per certo che non sono un leader…
Potrei cercare di giustificare un’esistenza vissuta fuori dagli schemi, dalle convenzioni, probabilmente smettendo di parlare di leadership, di finalità e obiettivi, di influenza e controllo, di affermazione, di riconoscimenti, ma immaginando realmente un mondo senza compromessi. Se pensassi a chi è che vive appieno la propria vita, cambierebbe qualcosa?
Chi vive appieno la propria esistenza, libero da restrizioni e costrizioni? Chi sa dire di no, o chi accetta di dire di si? Chi manda a quel paese il “sistema” o chi accetta di farne parte? Chi non scende a compromessi o chi trova il modo di vivere accettandoli?
Il bello delle domande fatte bene, è che permettono di trovare rapidamente le risposte... grazie Alessio.
(C) Diego Agostini/Commitment - Alessio Mussano 2010 - All Rights Reserved
domenica 19 settembre 2010
Sdrammatizza!
Guarda l'immagine qui vicino. Probabilmente hai già riconosciuto la grafica di quei poster che molti appendono ai muri dei propri uffici per renderli più gradevoli, visto che le foto sono sempre evocative, e per cercare di dare un po' di brio psicologico. Sono i cosiddetti "motivatori".
A me, personalmente, non sono mai piaciuti molto. Li trovo un po' retorici. Ho sempre pensato che se uno ha bisogno di appendere motivatori alle pareti, significa che non è capace di motivarsi e di motivare.
Non sono stato il solo a pensare una cosa del genere: anzi qualcuno è andato oltre. Guarda bene la scritta sotto la parola "motivation". "Se un bel poster ed una scritta carina sono tutto quel che ci vuole per motivarti, probabilmente hai un lavoro molto semplice. Lo potranno fare molto presto dei bei robot". Fantastico. E se vai al sito http://despair.com/viewall.html ne trovarai a decine.
Si tratta dei "demotivatori". Sono poster in tutto e per tutto uguali a quelli motivazionali, ma con frasi che ti lasciano di stucco. Qualche esempio: "Errori - forse lo scopo della tua vita è solo quello di essere monito per gli altri"; "Meetings - nessuno di noi è stupido come tutti noi messi insieme"; "Sfortuna - mentre la buona sorte spesso ti evita, questa invece non ti molla mai".
La despair Inc, che li produce, ha una teoria: i prodotti motivazionali alzano troppo le aspettative e creano ansia, così questi riportano le aspettative al punto giusto, le riabbassano e paradossalmente fanno recuperare motivazione. Il principio non è sbagliato: siamo motivati quando la realtà è affrontabile e gli obiettivi sono raggiungibili. Se una realtà è idealizzata, la percepiamo come lontana e non ci motiviamo di certo. Per cui va riportata al livello giusto.
In ogni caso, ciò che mi sembra importante è che dobbiamo saper ridere di noi stessi, di quanto spesso siamo idealisti e retorici con i nostri concetti di gioco di squadra, successo, leadership. A volte, sdrammatizzare e sapersi prendere in giro rilascia molte più energie. Sentite questa: "Leader (con la bella immagine di un'aquila) - I leader sono come le aquile. Qui non se ne vedono". Non è fantastico? Buona demotivazione!
(C) Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved
A me, personalmente, non sono mai piaciuti molto. Li trovo un po' retorici. Ho sempre pensato che se uno ha bisogno di appendere motivatori alle pareti, significa che non è capace di motivarsi e di motivare.
Non sono stato il solo a pensare una cosa del genere: anzi qualcuno è andato oltre. Guarda bene la scritta sotto la parola "motivation". "Se un bel poster ed una scritta carina sono tutto quel che ci vuole per motivarti, probabilmente hai un lavoro molto semplice. Lo potranno fare molto presto dei bei robot". Fantastico. E se vai al sito http://despair.com/viewall.html ne trovarai a decine.
Si tratta dei "demotivatori". Sono poster in tutto e per tutto uguali a quelli motivazionali, ma con frasi che ti lasciano di stucco. Qualche esempio: "Errori - forse lo scopo della tua vita è solo quello di essere monito per gli altri"; "Meetings - nessuno di noi è stupido come tutti noi messi insieme"; "Sfortuna - mentre la buona sorte spesso ti evita, questa invece non ti molla mai".
La despair Inc, che li produce, ha una teoria: i prodotti motivazionali alzano troppo le aspettative e creano ansia, così questi riportano le aspettative al punto giusto, le riabbassano e paradossalmente fanno recuperare motivazione. Il principio non è sbagliato: siamo motivati quando la realtà è affrontabile e gli obiettivi sono raggiungibili. Se una realtà è idealizzata, la percepiamo come lontana e non ci motiviamo di certo. Per cui va riportata al livello giusto.
In ogni caso, ciò che mi sembra importante è che dobbiamo saper ridere di noi stessi, di quanto spesso siamo idealisti e retorici con i nostri concetti di gioco di squadra, successo, leadership. A volte, sdrammatizzare e sapersi prendere in giro rilascia molte più energie. Sentite questa: "Leader (con la bella immagine di un'aquila) - I leader sono come le aquile. Qui non se ne vedono". Non è fantastico? Buona demotivazione!
(C) Diego Agostini/Commitment - All Rights Reserved
mercoledì 25 agosto 2010
Zoom out!
Quasi sempre, quando c'è un problema, tendiamo a concentrarci troppo su di esso. Ciò intensifica la nostra negatività e la nostra rabbia, peggiorando la situazione.
Ieri il mio bambino è caduto in un gioco-truffa (City Story), scaricando una "app" gratuita dall'iPad, che conteneva in realtà un gioco a pagamento. Inconsapevole che i crediti del gioco erano collegati a denaro reale, ha prelevato 500 dollari dalla carta di credito. Una vile trovata per imbrogliare i bambini, di cui mi meraviglio che la Apple si faccia complice.
Si può immaginare lo stato d'animo di disappunto mio e di mia moglie mentre attivavamo i canali disponibili per risolvere il problema (con il customer care della Apple praticamente inesistente). In questi momenti veramente la negatività può prendere facilmente il sopravvento.
Che fare allora? La risposta è: zoom out. Allargare il campo.
Quando si ha un problema, restringere il campo sul problema non serve a niente. Fa perdere la percezione della realtà. Bisogna inserire il problema in una prospettiva più ampia, per recuperare equilibrio e capacità di giudizio. Zoom out. Ok, rischiamo di perdere 500 dollari. Ma allarghiamo il campo: nessuno si è fatto male, nessuno ha perso il posto di lavoro, la casa c'è ancora.
Lo zoom out aiuta a riaffrontare il problema con maggiore serenità. Ricordatelo, adesso che stai per tornare dalle vacanze e riaffronterai i problemi di lavoro. Zoom out.
(C) Diego Agostini/Commitment 2010 - All Rights Reserved
Iscriviti a:
Post (Atom)






