Ti sarà certamente capitato di subire un sopruso, un'ingiustizia, una prova di forza da qualcuno che, magari mediocre, sfruttando una situazione di vantaggio si diverte a metterti in difficoltà.
In queste situazioni ci sono tre possibili reazioni. La prima è la reazione del mediocre: non fare nulla, subire, macinare la rabbia ma lasciar perdere. La seconda è quella della persona capace: arrabbiarsi, reagire, contrattaccare, lavorare per ottenere il risultato. La terza reazione è quella del grande: affrontare la situazione con umiltà.
Umiltà significa fermarsi un attimo, ascoltare, capire. Anche se l'altro è inascoltabile ed incapibile. Significa mettersi in discussione, cercare i propri errori anche se si è palesemente dalla parte della ragione. Significa essere determinati a risolvere "insieme" il problema e consapevoli che per farlo ci vuole il nostro impegno, senza tropo concentrarci sulle responsabilità dell'altro. Significa essere disposti anche a mollare, se necessario, dopo aver capito la situazione.
Per fare tutto questo ci vuole grandezza: la grandezza di scendere con l'ego ma al contempo di salire con la forza personale. Perché tutto ciò va fatto senza perdere obiettività e senza entrare in una dimensione remissiva e perdente.
Già, è un paradosso: per essere grandi, bisogna saper scendere.
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - Alla Rights Reserved
Vuoi cominciare anche tu a Pensare Fresco? Il mio blog ti spiega in che cosa consiste la Fresh Thinking Philosophy. E' un laboratorio per la messa a punto di pensieri vitaminici. E' una palestra per allenare la nostra mente a rinnovarsi e la nostra vita a migliorare.
domenica 8 maggio 2011
sabato 23 aprile 2011
Mi vorrò bene quando...
Mi vorrò bene quando... prova a completare questa frase. Solo dopo, continua a leggere.
In modo semplice e rapido, ciò che hai pensato completandola ti permette di prendere consapevolezza di qualcosa di estremamente importante per te: l'elemento al quale, magari inconsciamente, condizioni la tua autostima e la tua felicità.
Ti vorrai bene quando avrai vinto una gara? Quando qualcuno sarà soddisfatto di te? Quando otterrai un lavoro importante? Quando avrai più soldi? Renditi conto che stai subordinando la tua autostima ad una vittoria, al giudizio di una persona, ad una posizione, al denaro.
Ti devo a questo punto fare una rivelazione: stai sbagliando l'ordine delle cose. Stai considerando quegli elementi come mezzo e l'autostima come fine. In realtà il rapporto è esattamente il contrario: l'autostima è il mezzo per avere ciò che desideri. In altre parole, se non ti vuoi bene, rischi di non ottenere nulla.
Di solito non mi piace indicare una soluzione, ma in questo caso lo voglio fare. La frase completata nel modo "giusto" è la seguente: "Mi vorrò bene quando lo dico io. E io dico... adesso".
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In modo semplice e rapido, ciò che hai pensato completandola ti permette di prendere consapevolezza di qualcosa di estremamente importante per te: l'elemento al quale, magari inconsciamente, condizioni la tua autostima e la tua felicità.
Ti vorrai bene quando avrai vinto una gara? Quando qualcuno sarà soddisfatto di te? Quando otterrai un lavoro importante? Quando avrai più soldi? Renditi conto che stai subordinando la tua autostima ad una vittoria, al giudizio di una persona, ad una posizione, al denaro.
Ti devo a questo punto fare una rivelazione: stai sbagliando l'ordine delle cose. Stai considerando quegli elementi come mezzo e l'autostima come fine. In realtà il rapporto è esattamente il contrario: l'autostima è il mezzo per avere ciò che desideri. In altre parole, se non ti vuoi bene, rischi di non ottenere nulla.
Di solito non mi piace indicare una soluzione, ma in questo caso lo voglio fare. La frase completata nel modo "giusto" è la seguente: "Mi vorrò bene quando lo dico io. E io dico... adesso".
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domenica 17 aprile 2011
Mediocrità o grandezza. La tua scelta?
In una delle mie prime esperienze lavorative avevo un capo arrogante, aggressivo, cinico. Notai che dopo un po' di tempo uno dei miei colleghi, quello che gli era più vicino, era diventato esattamente come lui.
Quando qualcuno si comporta male nei nostri confronti possiamo reagire in due possibili modi: fare con gli altri esattamente come ha fatto con noi o fare il contrario.
La prima modalità, quella del mio collega, in psicoanalisi si chiama "identificazione con l'aggressore". E' una reazione comprensibile, umana. Il principio è quello per cui il comportamento degli altri ci insegna qualcosa trasmettendola. E l'imitazione di quel comportamento è la via più semplice.
Ma non è la via del leader.
Il leader sceglie di reagire seguendo la strada della grandezza. Fa tesoro delle proprie esperienze. Ci lavora sopra, ci ragiona. Non sceglie la strada più semplice. Non scarica sugli altri le sue frustrazioni. Non fa pagare agli altri ciò che ha subito lui. Non sceglie la strada della mediocrità mettendosi dalla parte dell'aggressore, si mette dalla parte della vittima.
Quando subisce un torto, il leader impara come "non" fare con gli altri e costruisce il suo modo di agire "per" gli altri. E' questo il suo, personale, contributo al mondo.
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Quando qualcuno si comporta male nei nostri confronti possiamo reagire in due possibili modi: fare con gli altri esattamente come ha fatto con noi o fare il contrario.
La prima modalità, quella del mio collega, in psicoanalisi si chiama "identificazione con l'aggressore". E' una reazione comprensibile, umana. Il principio è quello per cui il comportamento degli altri ci insegna qualcosa trasmettendola. E l'imitazione di quel comportamento è la via più semplice.
Ma non è la via del leader.
Il leader sceglie di reagire seguendo la strada della grandezza. Fa tesoro delle proprie esperienze. Ci lavora sopra, ci ragiona. Non sceglie la strada più semplice. Non scarica sugli altri le sue frustrazioni. Non fa pagare agli altri ciò che ha subito lui. Non sceglie la strada della mediocrità mettendosi dalla parte dell'aggressore, si mette dalla parte della vittima.
Quando subisce un torto, il leader impara come "non" fare con gli altri e costruisce il suo modo di agire "per" gli altri. E' questo il suo, personale, contributo al mondo.
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venerdì 8 aprile 2011
Fatti dare del pazzo
Tempo fa, quando non avevo ancora una mia società di consulenza, ero stato chiamato da un cliente per un progetto. Tornato in ufficio, presentai al mio capo le idee che avevo avuto. Ero elettrizzato, perché si trattava di fare qualcosa di completamente diverso dal solito. Ma il mio capo mi smontò, dicendomi: "Se presenti una cosa del genere, ti rideranno dietro": E mi propose una scelta più tradizionale.
Ricordo che mi trascinai fino a casa, depresso. Cosa dovevo fare? Seguire il consiglio del mio capo era la cosa più semplice: se il progetto fosse stato accettato l'avevo fatto io, se fosse stato rifiutato potevo dare la colpa a lui. Ma la cosa non mi convinceva. Mi chiesi cosa io volessi veramente. E io veramente volevo procedere con la mia idea. Ma, nel caso in cui fosse stata rifiutata, mi sembrava già di sentire la voce del capo: "te l'avevo detto".
Stavo quasi rinunciando quando realizzai che se non avessi avuto il coraggio di andare avanti in quel momento, non ce l'avrei mai più avuto. Avrei educato me stesso a non rischiare, a scegliere la via più comoda, a rinunciare di realizzare ciò che veramente volevo.
Così andai avanti, con il disappunto del mio capo. Il progetto fu un grande successo, oltre tutte le aspettative.
Non c'è innovazione senza una rottura di schemi, e se rompi gli schemi ti danno del pazzo. Si, potrebbe andare male, ma almeno ci hai provato. Ma se va bene, gli scenari che si aprono sono enormi. Da quell'episodio si innescò un processo che mi portò a costruire una mia azienda.
Fatti dare del pazzo: hai solo da guadagnarci.
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Rights Reserved
sabato 5 marzo 2011
Perché non ti vuoi azzurra e lucente?
La fregatura delle canzoni di Lucio Battisti è che sono così belle che ti sfuggono tra le mani. Il mix parole e musica è così potente da risultare emotivamente ingestibile. Eppure, se ci facciamo attenzione, i messaggi sono a volte potentissimi. Prendiamo ad esempio "La collina dei ciliegi":
nei primi trenta secondi c'è tutta la psicologia dell'efficacia personale.
Primo: Stimati
E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi.
Decidi di stimarti. Capisci il paradosso: se aspetti che qualcuno ti dica bravo, la tua stima dipende da qualcun altro. se tu ti dici bravo, la tua stima dipende da te. Appunto: autostima.
nei primi trenta secondi c'è tutta la psicologia dell'efficacia personale.
Primo: Stimati
E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi.
Decidi di stimarti. Capisci il paradosso: se aspetti che qualcuno ti dica bravo, la tua stima dipende da qualcun altro. se tu ti dici bravo, la tua stima dipende da te. Appunto: autostima.
Secondo: Agisci
Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, e quasi sempre dietro la collina è il sole.
Non raccontartela. Non stare ad aspettare chissà cosa mascherando a te stesso la paura di agire.
Terzo: Tutto dipende da te
Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente?
Troviamo sempre il modo di attribuire a qualcun altro ciò che non va bene e ciò che non ci piace. In realtà tutto dipende da noi.
La vita è una scelta continua, ciò che siamo equivale a ciò che scegliamo di essere. Ciò che scegliamo di essere è sottoposto ogni giorno ad una prova di coraggio da parte nostra: scegli di essere come ti vogliono gli altri o come ti vuoi tu? A te la scelta.
http://www.youtube.com/watch?v=n-9RIxpyyKA
http://www.youtube.com/watch?v=n-9RIxpyyKA
(C) Diego Agostini/Commitment, 2011 - All Rights Reserved
mercoledì 2 marzo 2011
La strana storia del cavalier Messina
Questa storia straordinaria l'ho vissuta proprio agli inizi della mia carriera: spesso mi trovo a ripensarci, ed ogni volta che ci penso mi insegna qualcosa.Ero appena stato assunto in una grande azienda ed avevo fatto amicizia con Michele, che già lavorava da un paio d'anni. Michele era molto brillante e si occupava di marketing. Aveva avanzato la richiesta di avere un'assistente, l'avevano approvata, e si aspettava una/un giovane laureata/o.
Ed invece chi gli proposero... un impiegato vicino alla pensione, ai ferri corti con l'azienda. Si chiamava Messina. Era stato licenziato, aveva fatto ricorso, l'aveva vinto e si era fatto reintegrare in organico. Immaginate la sua motivazione a lavorare con un quasi neolaureato. Ed immaginate la motivazione di Michele nel trovarsi in ufficio un tipo del genere.
Messina e Michele rimasero, all'inizio, tre giorni senza parlarsi. Poi Michele chiuse la porta, prese una sedia e si sedette davanti a lui. "Non mi muovo di qua finché non ci parliamo", disse. Passarono due ore in silenzio, uno di fronte all'altro. Poi Messina si aprì. Passarono una giornata a parlare.
"Diego", mi disse Michele, "con quest'uomo non ha mai parlato nessuno. E' un poveretto, fa fatica a tirare a fine mese. Ha un figlio disabile. Anni fa è mancata sua moglie. Mai nessuno l'ha considerato, mai nessuno l'ha valorizzato, mai nessuno ha creduto in lui. Mai nessuno l'ha ascoltato. Ad un certo punto per una ragione che non conosco è diventato un nemico per l'azienda e tutti hanno cominciato ad evitarlo. Ma io voglio credere in lui."
Nessuno ci avrebbe scommesso. Ma Michele lo ascoltò, lo rispettò ma al contempo pretese la collaborazione che Messina doveva dargli. Nel giro di poco tempo Messina rinacque. Diventò il braccio destro di Michele. Si sarebbe fatto ammazzare per lui. Michele era il suo leader. Lui, sessantenne, avrebbe fatto di tutto per il suo capo poco più che ventenne.
Per un solo motivo: qusti l'aveva ascoltato e rispettato.
Michele cominciò a chiamarlo "cavaliere" prima per scherzo, poi si accorese che a lui piaceva essere chiamato così. Si riferiva a lui come "il cavalier Messina" anche davanti agli altri. A poco a poco tutti in azienda cominciarono a chiamarlo cavaliere. Per tutti, interni o esterni, era diventato il "cavalier Messina". Lui e Michele erano diventati veramente una forza della natura.
Rifletto spesso su questa vicenda, quando cerchiamo di imbarcarci in complessi discorsi sulla leadership.
E se la leadership fosse solo ascolto e rispetto per gli altri?
(C) Diego Agostini/Commitment 2011 - All Right Reserved
Nella foto: proprio l'azienda dove lavoravamo
domenica 27 febbraio 2011
Entra in dissonanza!
Quelle che seguono sono le mie note pubblicate sul libretto di sala de "Il suggeritore", nuovo spettacolo attualmente in scena al teatro dei Filodrammatici, scritto e diretto da Bruno Fornasari. Commitment, la mia società, sponsorizza il teatro e scrivendomi vi posso fare avere il pass per entrare a prezzo super-speciale (diego@diegoagostini.it).
Dissonanze
Cosa accade nella vita di un uomo che non è più soddisfatto del proprio lavoro? La maggior parte delle volte, nulla. Occorre grande coraggio per poter leggere, nella routine della propria vita, gli elementi critici che necessitano di un cambiamento. E occorre grande coraggio per agire, con determinazione, tale cambiamento fino in fondo. In alternativa resta soltanto una irrisolta e dolorosa sospensione.
Il meccanismo è semplice e l’ha ben spiegato Leon Festinger, psicologo statunitense scomparso pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino, con la sua teoria della dissonanza cognitiva.
La nostra mente ricerca equilibrio e coerenza. Ma quando rileva qualcosa di non coerente lo corregge, inventandosi una spiegazione che la fa stare tranquilla. E va oltre: ricerca qualsiasi elemento a conferma della spiegazione che si è data. Così, se so che fumare fa male e non riesco a smettere, penso che dopotutto conosco medici che fumano, e noto tutti coloro che, pur fumando, godono di ottima salute. Così riduco la dissonanza. Così metto in sospensione la mia mente.
Ma allora, cos’è la realtà, se non il risultato di un’operazione mentale? Ciò che mi appare vero, altro non è che il risultato di una mia percezione che non si limita a “prendere atto” di una oggettività, ma ne costruisce una sua. Il più delle volte, a mia insaputa. Ecco perché “la realtà non esiste”. Sono io che, senza volerlo, mi creo una mia realtà. Quella che mi fa più comodo.
Tom, lo spin doctor del nostro spettacolo, lo sa bene, è un professionista dell’aiutarci a costruire la realtà che fa più comodo a lui, illudendoci che faccia comodo a noi. Le sue armi? Sostanzialmente tre. La prima è il celare parte della realtà, non facendoci vedere il vero. La seconda è il cambiare la realtà, sostenendo il falso. Ma sono due armi incomplete, perché possono essere smascherate. E’ la terza quella tanto micidiale quanto paradossale: il mostrarci il vero.
Semplice: se mostrare il vero riduce una mia dissonanza nella direzione desiderata dallo spin doctor, il gioco è fatto.
Purtroppo il miglior modo per manipolarci è farlo con l’aiuto di noi stessi. Cosa che già facciamo da soli, come nel caso in cui, non soddisfatti del nostro lavoro, troviamo gli argomenti da raccontarci per stare tranquilli.
Ma allora, come uscirne?
Forse proprio qui sta l’importanza del teatro: allo spettacolo compete il porre le domande, a noi il cercare le risposte.
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